Nell’assemblea di Varese sono state discusse nuove idee e proposte di politica migratoria per il Pd.
Due piani debbono essere contemperati: la protezione dei diritti dei migranti – persone, prima che lavoratori – e la scelta, o selezione, tra i candidati all’immigrazione.
Sul tema dei diritti le forze riformiste sono più o meno concordi: i migranti regolari debbono accedere ai diritti sociali e politici – casa, scuola, formazione, sanità, voto locale, cittadinanza. Le differenze di opinione riguardano aspetti rilevanti, ma di contorno: le risorse da allocare, le pratiche da adottare, le priorità da seguire.
Sul secondo piano è più difficile arrivare ad un consenso: come si opera la scelta, specie quando i candidati ad entrare in un paese prospero sono moltissimi? Certo, si può non scegliere: si tira a sorte; oppure, c’è il criterio “chi primo arriva primo alloggia” fino a concorrenza di un tetto massimo. Ma la “non scelta” è un criterio tanto semplice quanto stupido: perché una società dovrebbe privarsi, a priori, della possibilità di scegliere i più adatti?
Per motivi umanitari, forse? Ma questi motivi sono quelli che spingono ad accogliere (senza scegliere) coloro che chiedono protezione ed asilo, perché in fuga dai rischi che ne minacciano l’incolumità, o perseguitati o in fuga da guerre, violenze e catastrofi. E poiché al mondo ci sono più di 10 milioni di rifugiati riconosciuti dalle Nazioni Unite, possiamo ben dire che lo spirito umanitario ha ampio campo per esprimersi.
E allora che scelta vi sia, alla ricerca di una migrazione “utile” alla società, al suo sviluppo (non solo quello del Pil), alla sua coesione.
Ma secondo quali criteri? Un criterio diffuso è quello che si basa – sia pure rozzamente – su una valutazione della domanda del mercato del lavoro: esercizio già arduo nel breve termine, quasi impossibile nel lungo. Di quanti tornitori, muratori, professori, infermieri, braccianti, badanti...ha bisogno l’economia? Facciamone entrare il numero corrispondente, magari con i loro familiari, per facilitare l’integrazione. Questo criterio – con le sue varianti – ha due fondamentali debolezze. La prima è che la previsione della domanda (quella insoddisfatta dagli autoctoni) è difficile a farsi: il mercato è mutevole (si pensi all’insospettata insorgenza di una crisi) e l’esperienza storica dice che la gran parte degli immigrati finisce per restare nel paese di accoglienza in barba ai cicli economici. La seconda debolezza è che la capacità di lavoro, da sola, non garantisce il successo delle migrazioni.
Un altro criterio di scelta, o di selezione, si sforza di valutare le caratteristiche delle persone, in funzione del loro contributo allo sviluppo ed alla coesione. Nei paesi anglosassoni (Canada, Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna) vige un sistema “a punti” mediante il quale si attribuisce un punteggio ad ognuna delle caratteristiche rilevanti per tracciare il profilo del migrante. Età, famiglia, istruzione, formazione, padronanza della lingua, skill acquisiti, capacità di guadagno, relazioni nel paese di arrivo (ed eventualmente altri parametri), sono separatamente valutati con una scala a punti. Il punteggio totale – se viene superata una determinata soglia – consente l’ammissibilità, entro quote stabilite. Si può pensare – sistema britannico – ad applicare sistemi di punteggi diversi per ambiti migratori diversi, per esempio per gli altamente specializzati e gli innovatori (un premio Nobel andrebbe in testa alla classifica) o per l’ambito delle persone che operano in ambiti meno sofisticati, ma non meno utili per la società.
Un sistema di questo tipo è selettivo in modo dichiarato e trasparente, ed è basato su criteri oggettivi e non manipolabili. Ma richiede risorse e capacità notevoli per essere bene amministrato, perché le difficoltà pratiche sono tante – inclusa quella, capitale, dell’accertamento e della verifica delle caratteristiche dei migranti. Ma ci sono due premesse, di natura politica, che non possono essere eluse. La prima: il sistema non deve essere discriminatorio e deve escludere dalla valutazione genere, etnia, colore, religione, opinioni politiche, provenienza geografica. La seconda è di complessa attuazione: le scale di punteggio attribuibili (vale più essere giovani o di mezza età? Essere soli o coniugati? Avere formazione scientifica o generica?) debbono basarsi su un’idea condivisa circa i profili dei migranti ritenuti più utili alla società. Si potrebbe pensare ad una proposta formulata da un organismo indipendente – dove siano rappresentate diverse esperienze e competenze – approvata dal parlamento ed eventualmente rivista a regolari intervalli per tener conto delle esperienze e dei graduali mutamenti del paese.
Come si vede, il riformismo ha molta materia da discutere, ma il Pd ha aperto il dibattito.
Articolo uscito su Europa del 14 ottobre 2010