Viviamo ore drammatiche. Nessuno, nemmeno la cancelliera Merkel, può permettersi di accostare la situazione italiana a quella greca, ma nessuno in Italia può permettersi di sottovalutare il rischio che incombe sul nostro Paese. Sì, il debito pubblico italiano può fallire, e l'insolvenza di un grande Paese come l'Italia può trascinare con sé nella rovina l'intero sistema dell'euro. Tornerò più avanti su questo punto per motivare meglio giudizi tanto allarmanti. Ora voglio concentrarmi sulle cose da fare nelle prossime ore, non sulle analisi di ciò che è stato.
Il Presidente della Repubblica ieri, al termine di una giornata drammatica per il nostro Paese, ha chiesto di rafforzare l'efficacia e la credibilità della manovra. Adesso noi tutti, maggioranza, Governo e opposizione, ciascuno secondo la sua responsabilità, dobbiamo rispondere a quell'appello. Lo deve fare il Governo che ai primi di agosto aveva dato segni di una consapevolezza e di una determinazione che si sono poi, via via, affievolite, fino a tradursi in una vera e propria confusione e irresponsabile improvvisazione.
I segni di consapevolezza, li voglio enumerare: la decisione di rafforzare, rispetto alla sua prima versione, la manovra di luglio; la convocazione l'11 agosto delle Commissioni bilancio e affari costituzionali per mettere all'ordine del giorno l'introduzione in Costituzione della regola sul pareggio strutturale di bilancio; il varo della manovra il 13 agosto. Ma poi, in rapida sequenza, i segni di confusione, di sottovalutazione del rischio, di incompetenza, di irresponsabilità hanno avuto la prevalenza.
Confusione e sottovalutazione: se si è davvero convinti che il debito pubblico italiano può fallire, e purtroppo può fallire, non si inserisce nella manovra il contributo di solidarietà - per discutibile che esso sia - per poi toglierlo dopo qualche giorno, sostituendolo con i proventi derivanti dalla lotta all'evasione fiscale. Cosa può capire il cittadino se un giorno il suo Governo gli dice che la casa brucia e che bisogna ricorrere ad un estintore assolutamente inusuale, capace anche di provocare effetti indesiderati molto sgraditi, e il giorno dopo quello stesso Governo gli comunica che si può fare a meno di quello stesso istituto? Il cittadino capisce che l'incendio non doveva essere poi così grave se il Governo si comporta così, e tende a comportarsi di conseguenza. Ma se il cittadino si comporta di conseguenza noi non riusciamo ad affrontare la crisi e a fare a meno di cadere nel baratro che sta di fronte a noi.
L'incompetenza: prima l'annuncio di una misura in materia previdenziale che discrimina pesantemente centinaia di migliaia di lavoratori laureati che hanno onerosamente - almeno quelli che lo hanno fatto negli anni più recenti - riscattato a fini previdenziali gli anni dell'università. «Poche migliaia di persone» - ecco l'incompetenza - si sente dichiarare da Ministri ai margini dell'infausto vertice di Arcore. Poi la precipitosa corsa all'indietro e ad una chiusura verso qualsiasi intervento in materia previdenziale che, a sua volta, è uno dei principali fattori di scarsa credibilità della manovra. Per non citare, signor Presidente, il danno arrecato al Paese dallo sconcertante intervento, a Cernobbio, del Ministro degli affari esteri in materia di autonome scelte della Banca centrale europea in tema di interventi non convenzionali dell'istituto di emissione sul mercato dei titoli del debito pubblico. Un intervento che ha provocato una reazione ufficiale della Banca centrale europea nel momento in cui è massimamente impegnata a fornire al debito pubblico italiano il sostegno compatibile con il suo statuto: un comunicato ufficiale per respingere sdegnosamente le sollecitazioni indebite del Ministro degli esteri del Governo italiano.
Irresponsabilità, signor Presidente: se era opportuno - e forse lo era - offrire una copertura di legge all'accordo sulla rappresentanza e la contrattazione concluso il 28 giugno tra tutte le parti sociali, anche al fine di consentire ad una ben regolata e diffusa contrattazione di secondo livello di derogare al contratto nazionale (ricordiamoci che la Germania deve una parte importante del suo rilancio ad una scelta di questo tipo), qual è la ragione che ha mosso il Governo a scrivere l'articolo 8 della manovra, che produce scontro sociale e conflitto anche tra i protagonisti, anzi proprio tra i protagonisti, dell'accordo del 28 giugno?
E ancora. Si era detto: al Senato la manovra - lei lo ricorda, signor Presidente, perché immagino avrà partecipato a quella che chiamiamo divisione dei compiti tra Camera e Senato - e alla Camera la riforma dell'articolo 81. Come è potuto accadere che, a distanza di tre settimane, il Governo non abbia depositato una precisa proposta di riforma e che le Commissioni competenti della Camera non si siano più riunite da allora fino ad oggi? Qualcuno dice non è roba che si conta, che influisce sui saldi - quella dell'articolo 81 - e ci sarà dunque tempo per provvedere. Chi sostiene questa tesi non ha ben compreso la qualità della crisi nella quale siamo immersi, signor Presidente. Questa è prima di tutto una crisi di fiducia che, deprimendo le aspettative, gela consumi e investimenti, diffonde incertezza e per questa via - come mostra da tempo l'andamento dei CDS - alimenta la previsione della possibile insolvenza.
Ma allora, se così è, il voto del Parlamento - anche il primo voto, signor Presidente - all'unanimità o quasi sulla regola del pareggio strutturale di bilancio in Costituzione è merce che vale quanto e più dell'oro, nella crisi attuale. Altro che non influire sui saldi! Influisce sul merito di credito del Paese, e dunque sui tassi di interesse, più di qualsiasi altra misura. Lo dimostra la Spagna dove, a tre mesi dal voto - quanta ammirazione suscitano quel sistema politico, quei partiti, signor Presidente, almeno in me, se non in altri! - pur se impegnata in un durissimo scontro elettorale, sono state trovate le risorse politiche, culturali e umane, la voglia di fare, la voglia di farcela per quel Paese, per la politica di quel Paese, e hanno approvato con il 90 per cento dei voti alle Cortes la riforma costituzionale per inserire il pareggio di bilancio in Costituzione.
Allo stesso modo, e per le stesse ragioni, un buon livello di coesione sociale nel sostegno alle misure anticrisi è essenziale per il loro successo. Per convincersene basta guardare quanto accade rispettivamente in Grecia e in Spagna. In Grecia vi è uno scontro aspro sia sul piano politico che - come abbiamo visto - su quello sociale, e il Paese rischia di affondare. La Grecia sta rischiando di affondare. Dall'altra parte, in Spagna voto al 90 per cento delle Cortes sul pareggio in Costituzione e conflitto sociale più moderato. Il Paese sembra recuperare, malgrado abbia - lo sappiamo tutti - fondamentali dell'economia assai più deboli di quanto non siano quelli dell'economia italiana.
Questo confronto, signor Presidente, fornisce al Governo una indicazione che, giunti a questo punto, non può essere disattesa, se il Governo è responsabile. Cancelli il secondo comma dell'articolo 8 per creare quel clima di rispetto e di reciproco riconoscimento di ruolo tra le parti sociali e il Governo del Paese che è la premessa indispensabile di un buon quadro di coesione sociale. Un Governo che chiede responsabilità a tutti, che deve potersi giovare di uno sforzo collettivo, può e deve mostrare responsabilità. Sull'articolo 8 il Governo non mostra questa responsabilità; lo faccia adesso e noi gliene daremo volentieri atto.
Il rischio è elevatissimo. Ma c'è ancora modo e tempo per farvi fronte, purché - ha detto il presidente Napolitano, che ancora voglio ringraziare in questa occasione - «sforzi rivolti a questo fine non vengono bloccati da incomprensioni e da pregiudiziali insostenibili».
Il Paese ha le risorse per farcela. Ha le risorse di sapere, di saper fare, di voglia di fare. Ha le risorse economiche, nella potenza del suo apparato produttivo manifatturiero e nella capacità di risparmio delle sue famiglie. È ora la politica che deve mostrare di possedere le risorse necessarie per guidare il Paese, con mano ferma, verso la stabilità e la ripresa.
Dal lato del Governo, per ora, è emerso un grave deficit di forza, di coesione, di visione, di leadership. Avrebbe dovuto prenderne atto e favorire la formazione di un nuovo Governo, sostenuto da tutte le principali forze politiche, di qui fino al 2013. Sarebbe così stato rimosso quello che è oggi il principale fattore della crisi di fiducia che investe il Paese: la scarsa o nulla credibilità dell'Esecutivo. (Applausi dal Gruppo PD).Ma, contando sull'abborracciato consenso di cui tuttora gode in Parlamento, il Governo ha deciso - per usare l'espressione canonica - di andare avanti. Questa però non può rimanere, signor Presidente, l'unica decisione di cui questo Governo è capace. Andate avanti, signori del Governo? Allora, rafforzate subito la manovra, sia dal lato della stabilità, sia dal lato della ripresa economica. E fatelo adesso, perché se tra 15 giorni dovrete fare un altro intervento, allora l'Italia sarà avviata in una sindrome greca: provvedimenti, anche corretti, ad uno ad uno, e necessari, ad uno ad uno, si rivelano sempre insufficienti, perché assunti in ritardo sistematico di almeno un mese rispetto a quando sarebbero stati davvero utili e risolutivi.
Dunque, la manovra va rafforzata adesso, non tra 15 giorni, perché allora sarà troppo tardi. Come rafforzarla? È difficile, signor Presidente, dall'opposizione, fare tutte le parti in commedia. È impossibile, checché se ne sia detto in passato, in particolare nel partito di cui ho fatto parte, "governare dall'opposizione": ce l'eravamo inventato perché al Governo davvero non ci potevamo andare, ma governare dall'opposizione nelle democrazie normali e competitive non si può. Possiamo però, come opposizione, sollecitare e favorire una svolta, da parte di chi pretende di conservare la direzione politica del Paese.
Noi, al posto vostro, signori del Governo, avremmo impostato sin dall'inizio un'altra manovra: più risparmi da revisione integrale della spesa e piano industriale della pubblica amministrazione, minore aumento della pressione fiscale. Più coraggio sulle liberalizzazioni dei mercati chiusi, a partire dal settore strategico dell'energia. Un robusto spostamento di prelievo dal lavoro - specie quello femminile e giovanile - alla rendita e ai consumi. Una violenta cura dimagrante per la politica e i suoi costi, col primo voto, già a settembre, per le riforme costituzionali necessarie a dimezzare il numero dei parlamentari e a ridisegnare l'assetto delle autonomie locali, in chiave di semplificazione e snellimento. Un intervento non di riforma della previdenza - perché quella l'abbiamo fatta nel 1995-1996 - ma di accelerazione della sua universale applicazione - col metodo del calcolo contributivo pro rata temporis - anche tenendo conto dell'ulteriore progresso dell'attesa di vita tra il 1995 ed oggi. Un'aggressione al nodo del debito pubblico, per tagliarlo una buona volta, sia attraverso la valorizzazione e l'alienazione di quote rilevanti del patrimonio pubblico - rigorosamente destinando ogni euro a riduzione del volume globale del debito - sia ricorrendo ad una imposta patrimoniale ad aliquota moderata sulla quota di patrimonio privato (tutto, mobiliare e immobiliare), pari al 47 per cento del totale (a sua volta pari a più di sette volte il PIL), posseduta dal 10 per cento delle famiglie più dotate di ricchezza patrimoniale. Una decisa lotta all'evasione fiscale, fondata sulla drastica riduzione dell'uso del contante e sul conflitto di interessi tra contribuenti, col preciso vincolo di destinare prima una buona parte (fino al pareggio di bilancio), poi tutto il gettito strutturale aggiuntivo alla riduzione della pressione fiscale sui contribuenti leali, i quali, e sono tanti, quando pagano tutto quello che devono, pagano troppo.
Si tratta di una strategia che non ci siamo inventati adesso, perché l'abbiamo illustrata minutamente nella relazione di minoranza sul Documento di economia e finanza, che aggredisce contemporaneamente tutti e tre i fattori di difficoltà del Paese: eccesso di disuguaglianza, scarsa crescita, eccesso di debito pubblico. Così come ognuno dei fattori di crisi sostiene e accentua l'altro, in un rapporto inestricabile di causa ed effetto (vattelapesca cosa sia venuto prima e cosa dopo), così ciascuna di queste scelte che ho illustrato integra e rende produttiva l'altra, in modo tale che nessuna è davvero efficace fuori dal disegno organico di cambiamento che tutte le collega e le tiene assieme.
Se ci aveste dato retta, già a luglio, oggi non saremmo qui a discutere sull'esigenza di rafforzare la manovra per renderla più credibile. Voi, colleghi del Governo e della maggioranza, avete scelto di seguire un'altra strada. Era vostro diritto. Ne abbiamo preso atto. Ma ora, è vostro dovere constatare che l'approdo raggiunto - il testo del decreto così come emendato dalla 5a Commissione - non è il posto nel quale dobbiamo arrivare per recuperare credibilità e ispirare fiducia. Noi, dato il contesto creato dalla vostra manovra, profondamente diverso da quello che abbiamo proposto, vi abbiamo tuttavia fornito, con i nostri emendamenti, un robusto aiuto a rafforzare la manovra, al punto che, tra le poche misure davvero strutturali di riforma per la stabilità e la crescita contenute nel testo uscito dalla Commissione, spiccano quelle per la revisione integrale della spesa pubblica e per la revisione delle circoscrizioni giudiziarie - che ora aprono il testo del decreto - e sono il frutto di due proposte del Gruppo del Partito Democratico. Se il Governo sarà pari alla sfida contenuta in queste due norme - la legge delega sulle circoscrizioni giudiziarie e la legge sulla spending review - il Paese potrà trarne un enorme giovamento, sia per l'accresciuta efficienza economica, sia per la riduzione e la qualificazione della spesa.
Ma queste due rilevantissime riforme strutturali non hanno il potere di trasformare questa manovra in altro da sé. Essa resta troppo debole (troppa parte delle maggiori entrate è incerta) e squilibrata (nessun intervento per la crescita, eccessivo aumento della pressione fiscale). È vostro preciso dovere rafforzarla con misure strutturali di riduzione, nel medio-lungo periodo, della spesa e di riequilibrio della pressione fiscale tra lavoro e impresa, da una parte, e altre basi imponibili, dall'altra. È quello che vi chiediamo dall'inizio. È quello che dovete fare. Misure che noi vi chiediamo di assumere, ma di cui voi vi dovete assumere pienamente la responsabilità politica. Il nostro giudizio, su ognuna di esse, quando le vedremo, sarà direttamente proporzionale alla distanza che separerà ciascuna scelta rispetto alla strategia alternativa che noi vi abbiamo proposto e che voi avete rifiutato. Su ognuna delle scelte siamo pronti ad un confronto di merito, punto per punto, come abbiamo fatto durante il lavoro della 5aCommissione, senza avanzare pregiudiziali, come ci ha chiesto il Presidente, e sempre ribadendo l'alternatività del nostro disegno di fuoriuscita dalla crisi.
Quanto al resto, dovete depositare subito alla Camera un disegno di legge di riforma costituzionale sull'articolo 81, cosicché si possa discutere e decidere in pochi giorni, prima alla Camera e poi al Senato. E decidetevi una buona volta: se avete una vostra proposta sull'articolo 81, presentatela entro domani. Se non l'avete, consentite che si proceda all'esame dei disegni di legge già presentati. Dovete, infine, consentire che Camera e Senato votino subito per dimezzare il numero dei parlamentari.
Se non siete in grado di fare nulla di tutto ciò - e restate bloccati dai veti di questa o di quella componente della maggioranza - allora prendetene subito atto, per il bene del Paese. Un nuovo Governo ad amplissima base parlamentare, cui non faremo certo mancare il nostro convinto appoggio, potrà a quel punto formarsi e guidare il Paese nel tempo che ci separa dalle elezioni del 2013.