“Un accordo molto duro, ma inevitabile”. Così Walter Veltroni ha definito l’accordo di Pomigliano che riporta parte della produzione Fiat in Italia e garantisce la sopravvivenza e lo sviluppo dello stabilimento campano. Una definizione che mi trova d’accordo.
Le condizioni imposte dalla Fiat sono pesantissime, e prevedono carichi di lavoro enormi, l’introduzione di un sistema di turnazione molto gravoso, una clausola di responsabilità che libera l'azienda da obblighi contrattuali in caso di mancato rispetto degli impegni assunti, deroghe consistenti al contratto nazionale di lavoro e persino alla Costituzione, a cominciare dalle sanzioni previste per lavoratori e sindacati che dovessero scioperare contro l’intesa e da un nuovo regime di malattia. Nonostante questo tuttavia, si salva un sito produttivo strategico per Napoli e l’intero Mezzogiorno.
Ciò detto, è davvero allucinante leggere giudizi liquidatori, gli insulti e vere e proprie aggressioni rivolte al comportamento della FIOM, che rigettando l’accordo ha attirato su di sé un tornado di polemiche. Ho una lunga esperienza di sindacalista, e so bene quanto sia difficile capire le dinamiche negoziali dall’esterno, e quanta sofferenza comporti decidere di firmare accordi che peggiorano pesantemente le condizioni di lavoro, sotto il ricatto della salvaguardia dell’occupazione. E’ perciò doveroso chiedere rispetto, anche nella giusta pratica della critica, ai molti commentatori comodamente seduti dietro le loro scrivanie.
Più nel merito della vicenda, in situazioni delicate come questa, dalle quali dipende il destino di migliaia di lavoratori, a mio parere non bisogna mai perdere di vista l’obiettivo centrale della trattativa, che è sempre e comunque la salvaguardia dei posti di lavoro. In un periodo di enormi difficoltà come quello che sta attraversando il nostro Paese, la possibilità di salvare la produzione in uno stabilimento chiave per il Sud Italia non può che essere la priorità. E, di conseguenza, l’intero negoziato deve essere finalizzato a questo, assumendosi la responsabilità delle soluzioni ottenute e tenendo bene a mente i rapporti di forza creatisi. Questo rende il sindacato più forte.
In sostanza – pur non avendo partecipato alla trattativa, in particolare alla sua fase conclusiva – mi resta il dubbio che una pronta adesione all’impalcatura dell’accordo (superando anche legittime contrarietà di merito) avrebbe molto probabilmente costretto la Fiat a ritirare l’ingiustificato attacco a diritti soggettivi indisponibili alla contrattazione. E questo avrebbe ricompattato il fronte sindacale.
Detto questo, non mi è piaciuto affatto l’atteggiamento ricattatorio assunto dai vertici Fiat, soprattutto quando inopinatamente si introducono nel negoziato elementi che nulla hanno a vedere con l’assetto organizzativo della produzione, come la cancellazione di diritti. Così come non mi piacciono gli sforzi costanti di una certa imprenditoria metallurgica – portati avanti da anni - per delegittimare la FIOM cercando sistematicamente di isolarla e di colpirne la credibilità.
E ancora, trovo insopportabile che il Governo persegua una sistematica operazione di divisione dei sindacati, come sta facendo praticamente dall’inizio della legislatura. O che cerchi di propagandare questo accordo come un modello da cui partire per attaccare i diritti dei lavoratori fino ad ipotizzare la cancellazione dello Statuto dei lavoratori. E’ bene che Confindustria capisca subito anch’essa che non esiste alcun modello Pomigliano da esportare in altri settori, in altre fabbriche. Quell’accordo è un caso a sé, e tale deve rimanere. Anzi, semmai, da questo momento bisogna fare l’impossibile – e questa mi pare anche la strada indicata da Guglielmo Epifani - perché si creino in tempi brevi le condizioni per cancellare quei due obbrobri su sciopero e malattia. Fiat deve capire che non si possono mettere in discussione diritti costituzionali e, che quindi, è interesse anche suo che si riveda l’accordo ripristinando condizioni di legittimità giuridico-costituzionali. Insisto, conviene anche a Fiat. Ora la parola spetta ai lavoratori, anche se non è difficile immaginare cosa voteranno al referendum del 22 giugno: quando in gioco c’è la propria vita, e ci si trova davanti a una scelta tra “lavoro sì” e “lavoro no”, la scelta non può che essere una sola, per quanto dolorosa.
A questo proposito, anche il tema referendum ci consegna una riflessione generale sul tema della rappresentanza e della democrazia sindacale. Personalmente sono sempre stato molto attento all’utilizzo dello strumento referendario, poiché penso che su alcune materie non debba essere utilizzato. Faccio un esempio diverso dalla vicenda di Pomigliano. E’ legittimo che dei lavoratori interessati a un accordo si esprimano sull’eventualità che, per non partecipare direttamente al costo di una ristrutturazione che li riguarderebbe, i nuovi assunti ricevano un salario inferiore a parità di professionalità? Non credo.
Per questa ragione continuo a preferire e di molto la strada dell’accordo fra i sindacati. La decisione delle materie sulle quali svolgere un referendum necessita di una scelta politica consapevole da parte delle grandi Confederazioni. E anche la vicenda Pomigliano ci dice che di questo c’è urgente bisogno