Si è portati a concepire l’altruismo come attività spontanea: “vecchia mentalità” secondo i senatori del Partito Democratico Mauro Ceruti e Tiziano Treu. Non usano mezzi termini i due politici-professori che pochi mesi fa hanno pubblicato Organizzare l’altruismo per Laterza: al Welfare State va impresso un nuovo corso che concili l’iniziativa privata e il supporto pubblico sulla base di una vera e propria organizzazione politica della reciprocità. Nulla va lasciato al caso quando si parla di tutela dei diritti sociali dei cittadini.
D’altro canto sono solidissimi i fondamenti intellettuali di tale concezione: nella tradizione anglosassone Adam Smith e, due secoli dopo, William Beveridge si dicevano convinti che settori economici cardine per la tutela delle libertà dei cittadini andassero sottratti al gioco talora perverso “della mano invisibile” del mercato. Oggi è lo stesso Amartya Sen a proporre un’organizzazione dello Stato sociale nel suo Development as freedom.
Nel lontano 1492 da diasporica che era, la grande famiglia umana si fa necessariamente interdipendente lungo traiettorie mondiali. Ma è solo dal 1989 che la Terza rivoluzione industriale accelera la comunanza “di destino”: nasce la globalizzazione, una parola che nessuno usava fino a pochi anni fa diventa proprio la più “globalizzata”. È negli ultimi decenni, nient’affatto fine della storia come li intendeva Fukuyama, che va ricostruita la sintassi complessa della politica: la sintassi dei diritti, quella dell’economia, quella del domain educativo, quella relativa allo Stato sociale. Uno Stato nazione che dovunque va perdendo quote di sovranità (pensiamo al problema “Mediterraneo” ed alle relazioni dello Stato italiano con i migranti) si trova a dover fare i conti con una produzione politica di economie e di politiche sociali che non corrispondono più a quel complexus molto stabile che una volta poteva avere successo.
Il contributo degli autori è rilevante per i riformisti: la coesione societaria tende a dissolversi in periodi di crisi in cui le destre teorizzano e praticano l’individualismo più sfrenato. “Sposare un milionario” è per qualcuno la panacea di tutti i mali, ma non è certo prospettiva realizzabile per popoli interi. La sinistra progressista, nell’ottica di Ceruti e Treu, ha il compito di offrire alternative ad un modello sfrenato da mors tua vita mea, quale paradigma estremizzato di quotidiani giochi a somma zero nella spartizione dei dividendi di ricchezza. Sottolinea Amartya Sen come paradossalmente i poveri degli Stati ricchi siano ancor più indigenti rispetto ai poveri degli Stati in via di sviluppo. Chi è povero in un paese affluente assomma le proprie ristrettezze all’onta del giudizio altrui. Come nel Freud del Disagio della civiltà (immaginifico precursore di tempi grami), cambiano le cause dell’incertezza umana: da esogena che era l’incertezza diventa oggi endogena ed anche la finanza internazionale manifesta due rischi, quello esogeno ma anche quello endogeno.
È a prese di coscienza nuove d’inesperita interdipendenza planetaria che si deve provvedere con un nuovo “altruismo”: Ceruti e Treu utilizzano volutamente il termine per svuotarlo di quella connotazione moralistica e compassionevole che troppo spesso lo trasforma in filantropia. No. Il nuovo corso del welfare deve dare nuovo senso alla “grande elusa” storica del portato rivoluzionario francese, ridare primato alla fraternità. E secondo i due autori, sul piano politico ed economico, le buone pratiche da cui partire ci sono: dal far perno su un’educazione multiculturale al contempo teoretica e vocazionale, all’azionariato dei dipendenti supportato da una ritrovata responsabilità sociale, allo sviluppo di reti cooperative, ad una politica tributaria fondata sulla progressività fiscale (peraltro confermata dalla nostra stessa Costituzione all’art. 53), sino ad un sostegno più incisivo ai redditi medio-bassi tanto più con riferimento ai lavoratori precari. Il nuovo altruismo italiano, nell’ottica di Ceruti e Treu, dovrebbe sostanziare in tempi rapidi il concetto di sussidiarietà sia verticale sia orizzontale che la riforma del Titolo V della Costituzione ha introdotto in diritto pubblico ed il Trattato di Lisbona confermato: un modello che ha funzionato bene in alcuni Stati europei (soprattutto del Nord) e peggio in altri (l’Europa mediterranea ha avuto più difficoltà). Così anche un virtuoso federalismo in Italia dovrebbe essere improntato al principio di responsabilità, senza lasciarsi dominare dall’egoismo privato.
Questioni capitali per un volume agile e che induce a riflessioni ulteriori sui suoi suggerimenti di novità. Un libro che ha il merito di riconsiderare l’altruismo quale categoria filosofica piuttosto che come mero concetto morale e verticale: un lavoro che dà esempio di come l’io si completi necessariamente attraverso gli altri.
Mauro Ceruti e Tiziano Treu, Organizzare l’altruismo. Globalizzazione e Welfare, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 192