Stop ai falsi finanziamenti ai partiti

Bene regole più stringenti, ma serve una organica disciplina giuridica

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Chiunque capisce che le degenerazioni segnalate dai casi Lusi e Belsito, così come i dubbi legittimi e pesantissimi che generano nell’opinione pubblica, non si estirpano con la pubblicazione, assai opportuna, dei bilanci dei partiti su internet, se non c’è poi qualcuno tecnicamente capace e legalmente abilitato a verificare cosa c’è dietro quei numeri, e a sanzionare gestioni scorrette. È ugualmente certo che, fino a quando non verrà modificata la scandalosa legge 157 del 1999, la madre dei tesoretti amministrati da Lusi e Belsito, approvata a larghissima maggioranza sotto un Governo di centrosinistra, non ci potrà essere un vero e proprio controllo sulla corretta destinazione dei soldi pubblici affidati ai partiti e dovremo convivere con l'ipocrisia di un "rimborso delle spese elettorali" largamente utilizzato per altri scopi.

È positivo, dunque, che la proposta avanzata da PD, PDL e Terzo Polo preveda la certificazione dei bilanci da parte di società di revisione indipendenti, come il PD ha già stabilito dal 2008 nel suo Statuto. Ma è un po’ poco. Ulteriori controlli sarebbero affidati ad un organismo formato per due componenti su tre (il presidente della Corte dei Conti e il Presidente del Consiglio di Stato) da soggetti nominati in ultima istanza dal Governo. I presidenti delle Camere sarebbero poi chiamati, come teoricamente dovrebbe avvenire anche oggi, a sanzionare partiti di cui sono essi stessi esponenti di punta o partiti concorrenti. In entrambi i casi sarebbero in conflitto di interessi.

Nell’immediato, il minimo che si possa chiedere è un controllo sulla veridicità dei bilanci, a partire da quelli del 2011, come premessa indispensabile anche per riforme future. Ma allora l'organo chiamato ad esercitare il controllo deve avere effettivi gradi di separazione dalla politica. I suoi componenti dovrebbero essere scelti a sorte, con obbligo di turnazione biennale, tra i giudici contabili, come già previsto peraltro della legge 515/1993 per le spese elettorali. Tale collegio non dovrebbe però limitarsi a "visionare” la documentazione cartacea, ma dovrebbe essere messo in condizione di verificare la corrispondenza tra la documentazione e le prestazioni sottostanti. In caso di accertate falsità, lo stesso collegio dovrebbe poter stabilire consistenti decurtazioni ai finanziamenti, già sulla rata del “rimborso” prevista per luglio, che andrebbe quindi rinviata.

L’obiettivo principale del PD deve tuttavia rimanere una organica disciplina giuridica dei partiti, in attuazione dell'Articolo 49 della Costituzione, che stabilisca requisiti di trasparenza dei bilanci e di democraticità interna, con norme di favore per le primarie, secondo le linee già tracciate dal progetto di legge C-4973 (Bersani, Misiani, Castagnetti, Vassallo). In tale quadro, sarebbe doveroso inserire anche una revisione della sciagurata legge 157 del 1999. Si può fare. Basta mantenere l’impegno già fissato dall’Ufficio di Presidenza della Camera di andare al voto in Aula su questa materia entro la fine di maggio.

Il finanziamento pubblico deve diminuire parecchio. Ma, soprattutto, non può essere dato a partiti integralmente finanziati con soldi pubblici o a “scatole vuote”. Un’ampia letteratura politologica ha messo in evidenza da tempo un fenomeno diffuso in tutta europa, di cui l’attuale dibattito italiano è ben consapevole. Il fatto che il finanziamento dei partiti dipenda ormai in larga parte da trasferimenti statali, spinge i loro gruppi dirigenti a chiudersi in se stessi, a distaccarsi dagli interessi e dalle opinioni che devono rappresentare. Li sottrae al controllo diffuso dei militanti. Occore ristabilire un nuovo equilibrio che stimoli la partecipazione volontaria e solleciti i partiti ad aprirsi realmente alla società. Oggi la misura del finanziamento pubblico è determinata dalla quota di voti validi ricevuti da ciascuno dei partiti ammessi al “rimborso”, dopo aver stabilito l’entità del fondo complessivo come multiplo di tutti gli aventi diritto, anche cioè di quelli che non votano. Si deve passare a mio avviso ad un diverso regime. La misura “massima” del co-finanziamento pubblico deve essere collegata al numero effettivo di voti ricevuti. La concreta erogazione, oltre ad essere condizionata ad una effettiva verifica della veridicità dei bilanci, nel senso di cui si è detto prima, deve essere riconosciuta come cofinanziamento, appunto, a fronte cioè di spese almeno per la metà coperte da fonti di entrata proprie. Secondo criteri di trasparenza e limiti che evitino l’invadenza degli interessi forti, premiando chi è in grado di raccogliere poco da molti, piuttosto che molto da pochi.

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