Onorevole Veltroni, la crisi non è passata, anzi.
«Noi siamo a un punto estremo della crisi e ho l'impressione che non ci si renda conto che il mondo non sarà più lo stesso dopo questa vicenda: siamo in un passaggio d'epoca che le nostre generazioni non hanno mai conosciuto. Sto rileggendo il libro di Rusconi sulla crisi di Weimar: ci sono momenti della storia in cui una serie di elementi si congiungono e possono determinare una crisi di sistema. È il nostro caso. Noi siamo dentro una crisi finanziaria che investe tutto l'Occidente e che minaccia la più importante conquista del Dopoguerra, cioè la costruzione dell'euro. C'è una crisi economica mondiale tale che si fatica a immaginare elementi di crescita e di sviluppo e che è diventata — ed è questo il terzo elemento — crisi sociale. Le imprese chiudono e i lavoratori perdono il lavoro. I suicidi degli uni e degli altri sono qualcosa che assomiglia a quello che accadeva nel '29 a Wall Street. E ancora, c'è una crisi politica con una difficoltà di leadership in tutta l'Europa, che sta diventando, e questo è il quinto elemento, una crisi istituzionale. Temo che la democrazia come l'abbiamo conosciuta fatichi a governare una società complessa e interdipendente. Se non ci si affretta a trovare delle forme capaci di garantire al tempo stesso maggiore capacità e velocità di decisione e maggiori forme di coinvolgimento e protagonismo diffuso, il rischio è che alla fine possa prevalere l'idea che la democrazia è un costo che non ci si può permettere. Io non riesco a non collocare qualsiasi ragionamento politico dentro questa sensazione: non nei prossimi mesi, ma nella prossima settimana si deciderà il destino nostro e dell'Europa. Se il Consiglio dei ministri italiano e il Consiglio europeo di giovedì si concluderanno con rinvii e impegni astratti, il rischio di un tracollo dell'euro è fortissimo. E quando sento dire, a destra e a sinistra, "torniamo alla lira" penso che si stia sottovalutando la drammaticità della situazione. Noi dobbiamo sperare che si faccia un passo avanti e non indietro perché dietro di noi c'è il baratro e non possiamo neanche restare fermi, perché sotto di noi è la terra che si muove. Noi siamo alla fine di un ciclo economico che ha prodotto giganteschi benefici ma che ormai ha le gambe d'argilla. Bisogna immaginare un nuovo modello di sviluppo, uscendo dalla finanziarizzazione eccessiva dell'economia per occuparci della moderna economia reale, a partire dall'unico volano oggi immaginabile: la conoscenza».
Che cosa si aspetta da Monti?
«Intanto Monti ha ridato dignità e autorevolezza all'Italia. Dopodiché, insieme alle misure che erano state previste nello scambio di impegni con la Bce e l'Europa, mi aspetto anche misure per la crescita del Paese. Perché se è vero che c'è bisogno di rigore, è anche vero che un malato può morire per eccesso di medicine. E i partiti non devono sentirsi con le spalle al muro, ma devono sostenere il governo con la determinazione che questo possa creare le condizioni migliori per un gioco politico nitido e virtuoso nel futuro».
Tornando alle misure.
«Quando sento il ministro Fornero parlare di reddito minimo garantito penso che quella sia una grande misura di civiltà, come incentivare il lavoro delle donne. Poi mi aspetto molto sul piano della lotta alla criminalità che, dentro le maglie della crisi, si sta impadronendo dell'economia italiana. E mi aspetto un intervento sui problemi della comunicazione. Mi piacerebbe che si facessero due cose chiare e nette: alla scadenza del Cda, la nomina di un amministratore unico della Rai per chiudere la lunga stagione dei partiti e metterla in sintonia con il nuovo clima del Paese. E poi la cessazione dello scandalo dell'asta delle frequenze regalate a Rai e Mediaset. Ma c'è una quarta cosa importantissima: la patrimoniale. La proposi al Lingotto: sono convinto che quella sia la strada, più che l'Ici. Poco più del 10 per cento degli italiani dispone del 48 per cento del patrimonio privato nazionale, che non è fatto solo di immobili, ma anche di yacht, suv, azioni. L'idea di far pagare la casa a uno che ha risparmiato tutta la vita per comprarla e lasciarla ai figli e di non far pagare chi ha lo yacht è socialmente ingiusta. Naturalmente stiamo parlando di una patrimoniale light, di un'imposta non pesante ma su tutto il patrimonio, in modo che abbia un effetto redistributivo vero. Ricordo che quando feci quella proposta fui circondato. Fassina, che oggi passa come un estremista di sinistra, disse: è un'idea di Veltroni, non del Pd, ora mi fa piacere che sia un'idea del Pd».
Era un'idea del Pd anche la concertazione: Monti non la pratica.
«Monti ha detto che incontrerà le parti sociali. E fa bene a farlo. Comunque la concertazione non prevede l'assenza di decisione: è finalizzata alla decisione. La faranno nei tempi dovuti: se per farla ci vogliono venti giorni, non li abbiamo. Occorre trovare il consenso in poche ore. E questo è responsabilità di tutti, governo e sindacati».
Ma i partiti non vogliono mettere la faccia su questa manovra.
«Non mi piace che lo dicano, apprezzo di più Bersani che dice "discutiamone". Cosa vuol dire non mettiamoci la faccia? Per conto di chi lo fanno Monti e gli altri se non per spirito di servizio, per aiutare un Paese diviso da 17 anni maledetti? La classe politica non deve fare come l'orchestrina sul Titanic. Non se lo può permettere: gli italiani si ricorderanno chi si è comportato responsabilmente e chi ha guardato agli interessi di bottega».
Ma il Pd è diviso.
«Il Pd non è mai stato unito come adesso e convinto della necessità di questo passaggio: l'abbiamo gestito bene tutti insieme. Del resto, cos'è l'unità di un partito? Non è pensarla tutti nello stesso modo, perché questo non è dato in natura, per fortuna: quando la si pensava tutti allo stesso modo ci si metteva le camicie dello stesso colore. L'unità di un partito è data dalla ricchezza e visibilità delle sue differenze. Faceva così la Dc che non costituiva un governo senza la presenza di tutte le sue anime, faceva così il Pci quando Berlinguer prima e Occhetto poi proposero Ingrao e Napolitano alla presidenza della Camera. Allora è naturale che nel Pd ci siano le posizioni di Ichino e di Fassina. Il prezzo dell'unità non può essere la rinuncia alle proprie opinioni, ma le differenze non possono scardinare un partito. Si discute e poi si trova la sintesi, che è quella di un partito riformista e non conservatore».
Nel Pd c'è chi teme di perdere la base elettorale.
«Il Pd è aumentato nei sondaggi quando ha avuto la posizione più responsabile. Accadde con le elezioni del 2008, è accaduto di nuovo in questa fase perché l'opinione pubblica ha bisogno di sentire sicurezza e affidabilità. Io ho amato enormemente Berlinguer e tra le sue doti ci fu quella di avere il coraggio di dire cose terribilmente scomode. Lui non aveva paura di avere nemici a sinistra: ogni corteo dell'estremismo passava sotto Botteghe Oscure per protestare ma lui non ha mai cambiato idea. Il massimo consenso del Pci di Berlinguer è successivo al '73, quando lui propose a un partito che si chiamava comunista di allearsi con un partito che era stato il partito di Scelba: con quella linea il Pci vinse i referendum del '74, le Regionali del '75 e andò benissimo alle Politiche del '76. Quando una grande forza di sinistra, democratica, parla al Paese e dà al Paese la sensazione di poter essere un riferimento di sicurezza e di cambiamento è il suo momento migliore. Dovremmo ricordarlo tutti».