Il referendum di Pomigliano non chiude, ma apre la questione di fondo. Essa in poche parole è la seguente: che cosa fare di fronte alla globalizzazione dell’economia e alle sue conseguenze, in primis il trasferimento di aziende e tecnologie nei paesi in cui il costo del lavoro è più basso? La globalizzazione ha finora fatto sì che imprese italiane ed europee possano produrre a prezzi inferiori in paesi lontani dove il costo della manodopera è molto più basso e in cui i lavoratori vivono in condizioni a dir poco infami. Che cosa si intende fare nella vecchia Europa? Ci sentiamo di dire – come ha proposto e chiede ai sindacati Marchionne - che , per evitare che le aziende italiane producano all’estero, è preferibile importare le condizioni di quei lavoratori? A quali conseguenze andiamo incontro?
Le domande che Pomigliano pone anche dopo un referendum che ha in sostanza accettato il ricatto della Fiat, non sono certo nuove, ma finora non ci sono state risposte. Anzi le domande non sono state neppure poste con la dovuta chiarezza e in modo diretto. Da almeno due decenni, di fronte alla globalizzazione e alle sue conseguenze, le imprese, e anche parte consistente della sinistra, hanno proposto come l’unico modo per rispondere alla competitività delle aziende cinesi o rumene o polacche la flessibilità e/o la precarietà dei lavoratori italiani e la ricerca della riduzione del costo del lavoro come unico mezzo per continuare a produrre in paesi in cui questo era più alto.
La vicenda di Pomigliano, la brutalità con cui la questione è stata posta dall’amministratore delegato della Fiat Marchionne, il ricatto a cui sono stati sottoposti di fatto lavoratori e sindacati hanno avuto almeno il merito di fare emergere il problema con assoluta chiarezza. Quel che era stato ottenuto finora senza affrontare il toro per le corna e puntando sul logoramento e sulla riduzione della forza dei lavoratori e dei loro sindacati alle imprese non basta più. Non può bastare. Per continuare a produrre in Italia occorre eliminare alla radice i diritti e le libertà ancora connessi alla condizione operaia. La Fiat ha chiesto la rinuncia al diritto di sciopero, la riduzione delle pause di lavoro, la rinuncia alla mensa, l’aumento degli straordinari, la moltiplicazione dei turni, la sospensione del contratto nazionale e altre bazzecole di questo tipo. Ha aggiunto che se non si accettano le sue condizioni semplicemente chiude lo stabilimento di Pomigliano, lasciando a spasso 5.000 lavoratori e va in Polonia. Un salto, insomma, è stato compiuto.
Ma la risposta è tanto più urgente perché sappiamo che non finirà qui. Non solo perché imprese e governo ritengono che la proposta della Fiat debba fare scuola e che, in sostanza, debba o possa essere estesa a tutte le industrie italiane Non solo per questo. Ma perchè una volta accettata quella logica essa non può che portare ad ulteriori cambiamenti in peggio. Luciano Gallino su Repubblica dava alcuni semplici dati. In Italia la Fiat produce 650.000 vetture l’anno con 22.000 dipendenti. In Polonia ne produce 600.000 con 6.100 operai. In Brasile le vetture prodotte sono 730.000 con 9.400 dipendenti. È evidente che pur eliminando contratto nazionale, libertà sindacali e diritto di sciopero, pur aumentando ritmi e straordinari, il costo del lavoro in Italia sarà sempre superiore a quello di altri paesi. Ed è altrettanto evidente che una volta presa la strada indicata dalla Fiat non si potrà che proseguire. Tanto più che i paesi dove si produce a minor costo non stanno certo a guardare. La minaccia di far ritornare le produzione negli stabilimenti italiani ed europei diventati più “facili” e meno costosi non potrà che essere una ulteriore incentivo all’abbassamento dei costi e ad un peggioramento delle condizioni di lavoro in quei paesi. E allora noi che faremo? Importeremo anche quelle? E quando si fermerà questo circuito infernale? O almeno qualcuno si porrà il problema di fermarlo? E in che modo?
A Pomigliano le domande sono state poste in tutta la loro ampiezza e drammaticità. Negli ultimi giorni la vicenda è riuscita persino a rompere il muro del silenzio che per anni si era alzato sulle condizione dei lavoratori. Anche se non si è lacerata la sostanziale identità di pensiero e di opinione dei mass media, dei politici, degli intellettuali, una sorta di pensiero unico che obnubila l’intelligenza, blocca le domande ancora prima di tentare le risposte quando si pongono le questioni che riguardano i rapporti di classe, quelli fra i lavoratori e le imprese. Viviamo in un paese in cui si litiga e ci si divide su tutto, in cui si diventa tifosi delle squadre più imprevedibili. Ma se le aziende, e la Fiat in particolare, chiedono sacrifici ai lavoratori si raggiunge rapidamente la concordia nazionale. Il Lingotto non può far altro – si è scritto e si è detto - di fronte alla globalizzazione e alla brutta situazione nel mercato dell’auto e alla competitività richiesta dal mercato. E qui ci si è fermati.
La politica in particolare appare assente o, se presente incapace di dare alcuna risposta. di affermare le sue esigenze. E’ questa una condizione generale, ma in Italia più evidente che in altri paesi. Oggi maggiore che in un passato non molto lontano. Nel passato la politica anche quando ha approvato- pensiamo ai governi democristiani - comunque non ha rinunciato alla sorveglianza, al controllo, alla critica. Persino i finanziamenti incondizionati all’industria automobilistica sono stati un modo di intervento. Sbagliato, probabilmente, ma indicativo di una presenza.
In altri paesi alcune risposte sono state tentate anche oggi. In Francia parte significativa dell’industria dell’auto è nazionalizzata, o risponde allo Stato in alcune sue scelte strategiche con uno scambio evidente tra sostegno e localizzazione. Obama dopo la crisi ha di fatto saputo intervenire sulle scelte di ristrutturazione del settore auto. La Germania ha avuto un ruolo significativo nella crisi della Opel e per rispondere alla globalizzazione ha puntato sui finanziamenti alla ricerca e qualità delle sue automobili.
In Italia niente di tutto questo, il governo non ha avuto un ruolo di contrattazione o condizionamento significativo, né a Termini Imerese prima né a Pomigliano ora. Al di là della forma (con un improbabile Berlusconi ministro dello sviluppo pro tempore in posizione defilata e Sacconi a metterci la faccia) nella sostanza il governo di Berlusconi ha accompagnato e condiviso le scelte e i diktat dei signori del Lingotto che hanno ottenuto di chiudere Termini Imerese e di mantenere, forse, Pomigliano con condizioni di lavoro “extraterritoriali” . Anche buona parte della sinistra ha considerato “ragionevole”, comprensibile, necessitato, il sì al ricatto Fiat, il sostanziale cambiamento della condizione operaia , anche quando era chiaro che il problema non era lo sbandierato assenteismo ormai rientrato da tempo, ma la modifica della organizzazione del lavoro e i diritti.