1. Il nuovo scenario
Viviamo in un tempo di transizione, in un’epoca di passaggio, iniziata con i processi di globalizzazione accelerati dagli eventi del 1989. Da quella data le cose sono cambiate così velocemente e così radicalmente come mai era accaduto prima nella storia umana. Tutto è diventato irreversibilmente interdipendente e più vicino, consegnando la costruzione del futuro alla responsabilità dell’umanità tutta intera.
Questi eventi non colgono impreparata la Dottrina sociale della Chiesa e l’azione dei cristiani. Già Papa Giovanni XXIII nel 1963 aveva parlato nell’enciclica Pacem in Terris di questa nuova condizione antropologica, esortando alla necessità economica e politica di concepire l’unità di interessi e di destino della famiglia umana. Il suo discorso fu ripreso e sviluppato nel 1967 da Paolo VI nell’enciclica Populorum progressio e trova oggi completamento nell’enciclica Caritas in veritate, nella quale si danno risposte rivoluzionarie non solo ti tipo morale, ma anche economico e sociale ai problemi del nostro tempo.
La condizione umana, investita dagli inediti e radicali cambiamenti della nostra epoca interpella i concetti che sono stati i pilastri della costruzione delle nostre società e che oggi si sciolgono come neve al sole, lasciandoci il compito non solo di trovare prospettive inedite, ma anche di formulare i problemi in modo nuovo. Se non siamo consapevoli che i problemi sono nuovi, scopriamo soluzioni nuove, ma nell’ordine di idee della vecchia mentalità. Cambiare mentalità è un problema concreto della politica, di chi fa il commercio, di chi fa impresa, di chi insegna.
La globalizzazione ha lacerato il tessuto sociale e ha reso fragili i legami sociali, tanto che i singoli sono disorientati e impauriti. Trasformazioni profonde e tutt’altro che contingenti degli assetti economico – sociali segnano il nostro tempo: dalla globalizzazione dei mercati e dei costumi, ai rivolgimenti tecnologici con le conseguenti complessità e “divide” conoscitivi, alle disuguaglianze crescenti nella distribuzione della ricchezza e quindi del potere fra persone e paesi. Queste trasformazioni strutturali inducono cambiamenti profondi negli atteggiamenti e nei valori che ispirano l’agire personale.
Nel passato l’emergere di nuovi problemi attivava azioni solidali, era occasione di consolidamento dei legami sociali esistenti e di creazione di nuove forme di socialità; oggi di fronte alle difficoltà crescenti e alla diffusione di una visione sempre più pessimistica del futuro si afferma la tendenze a trovare soluzioni individualistiche ai problemi generali della società, tanto da sconfinare nell’esclusivismo privatistico e nell’anomia valoriale. Questi fenomeni si riflettono nelle dinamiche della vita sociale e della vita pubblica costituendo una delle radici della crisi della socialità e della stessa democrazia, esponendola a fenomeni di populismo da un lato, all’emergere di forme di antipolitica dall’altro.
È questo lo scenario ineludibile nel quale siamo chiamati a interrogarci sul bene comune nel nostro tempo.
2. Il superamento della dicotomia tra economia e società
I cambiamenti che caratterizzano la nostra epoca possono diventare una risorsa, un’occasione per ripensare radicalmente la nostra società e per rafforzare, anziché indebolire, i legami sociali. Se essi vengono affrontati non nella prospettiva della ricerca di soluzioni individuali e private, ma in quella della ricerca del bene comune.
I cambiamenti in atto sfidano, infatti, la politica a ripensare il rapporto tra l’economia e la società. Non basta individuare regole adatte a eliminare le turbolenze dei mercati, occorre ripensare a fondo i rapporti fra politica e mercato, richiamando a tal fine l’ispirazione propria di un’economia sociale di mercato. Non bastano aggiustamenti parziali, di carattere tecnico o istituzionale, occorre darsi grandi mete sociali e politiche, e sostenerle con forti ideali. Bisogna ripensare le stesse categorie fondamentali su cui si è costruito il patto sociale che ha sostanziato le democrazie del ’900 e i valori che le hanno ispirate.
È necessario superare la vecchia separazione tra sfera dell’economico e sfera del sociale. Dobbiamo lasciarci alle spalle il concetto secondo il quale nell’ambito dell’economia bisogna essere guidati da un realismo che mira esclusivamente al raggiungimento del massimo profitto, a prescindere da qualsiasi altro problema di natura sociale, e quando invece si prendono in considerazione altri parametri e altri valori si entra nella sfera d’azione del sociale. Un pensiero molto schematico ha portato a identificare l’economia con il luogo della produzione della ricchezza e il sociale con il luogo della solidarietà e della compassione.
La crisi che stiamo vivendo non è un evento casuale e contingente, è figlia dell’economicismo che si è affermato nell’età moderna. Come afferma la Caritas in veritate: «La convinzione della esigenza di autonomia dell'economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l'uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che promettevano».
Oggi siamo di fronte al fallimento del liberismo sfrenato e dell’affermazione del cieco individualismo, che ha fatto coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale. Il superamento di queste prospettive porta a individuare il fattore sociale come motore attivo dell’economia, porta nella direzione dell’affermazione di un’economia sociale.
3. L’economia sociale di mercato
L’economia di mercato è stata identificata tout court con il capitalismo e il mercato è stato inteso come terreno della concorrenza sfrenata, della conflittualità senza limiti in cui il rapporto tra i soggetti è determinato dalla legge hobbesiana homo omini lupus o, se si preferisce, mors tua, vita mea. Con questa logica è nata la sottomissione dell’uomo all’altro uomo, di una comunità a un’altra, è nato il sottosviluppo, che la Populorum progressio di Paolo VI vedeva come il risultato della «mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli». Oggi la Caritas in veritate ci ricorda che «il mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica».
Abbiamo bisogno di un modo diverso di concepire il mercato, nel quale la competizione è intesa come tensione comune verso lo stesso obiettivo. Alla logica della concorrenza economica è necessario sostituire attività cooperative e partecipative, dando spazio a imprese sociali, diffondendo l’azionariato dei lavoratori, le relazioni sindacali improntate alla partecipazione.
Individuare risposte inedite alla condizione umana inedita del nostro tempo significa dare un contenuto sociale all' economia di mercato. Significa diventare consapevoli che l'economia non può essere regolata solo dal mercato e che gli interventi sociali non possono essere messi in atto solo dopo che l'economia ha fatto il suo corso, magari secondo logiche del tutto indifferenti ai risultati sociali. La socialità deve poter ispirare le finalità e le regole dell’economia.
Il mercato va regolato nei suoi meccanismi, in primo luogo quelli finanziari, se non si vuole che produca i guasti economici e sociali che abbiamo visto ultimamente. Ma non basta limitarsi a regolare gli eccessi della finanza e indennizzare le vittime sociali con un welfare risarcitorio. È necessario non un semplice aggiustamento tecnico del sistema ma un cambio di paradigma economico.
Questi obiettivi segnano la via di un nuovo modello di crescita che si può sintetizzare nel passaggio da una economia dei consumi a una orientata allo sviluppo umano. Il fine non è più solo di garantire condizioni eguali di partenza ai singoli, ma di sostenere lo sviluppo effettivo delle capacità delle persone nel corso della loro vita. Vincere questa sfida significa rispondere al desiderio di milioni di persone di perseguire il proprio sviluppo umano, che è l’aspetto positivo della nostra generazione; permette di utilizzare le grandi opportunità della società della conoscenza sia per la crescita personale sia per rinsaldare le relazioni solidali. Per realizzare un'economia sociale è necessario che il mercato si ponga obiettivi di interesse generale e che abbia il fine di promuovere lo sviluppo integrale dell'uomo.
L’idea cristiana di progresso non è determinata da una concezione negativa della storia, ma è ottimistica e fiduciosa perché è animata dalla speranza. A differenza dell'Angelus novus di Benjamin, che è sospinto in avanti dal terrore della bufera mentre tiene il viso rivolto all'indietro, l’immagine cristiana del progresso ha il volto di un angelo che è rivolto in avanti e che è spinto innanzi dal desiderio di migliorare la condizione umana, con la certezza di non essere da solo sulla terra.
4. La fraternità come principio guida dell’economia
Secondo la Dottrina Sociale della Chiesa, per realizzare lo sviluppo integrale dell’uomo la società deve essere guidata dalla libertà e dalla giustizia, ma la Caritas in veritate afferma con forza che «lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità».
La presenza del principio di fraternità non deve essere limitata solo alla sfera privata o a quella delle attività filantropiche. Come afferma la Caritas in veritate: «La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, [...] che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica».
L’idea di fraternità si esplica nella società attraverso l’azione di un altruismo organizzato, perché oggi si pone la necessità di concepire l’altruismo non solo come categoria morale ma finalmente come categoria economica. La storia dell’umanità è la storia del modo in cui una persona si sviluppa attraverso l’aiuto dell’altro, ma oggi questa necessità morale e antropologica ci interpella come necessità economica e politica: l’altruismo è una necessità pratica dal punto di vista economico e politico. Cambiare mentalità è un compito difficile, ma necessario per il futuro locale e globale dell’umanità.
Attraverso l’attivazione di questi principi (mercato, libertà, fraternità), la dottrina della Chiesa propone l’idea di un umanesimo a più dimensioni, capace di rendere pregnante l’esistenza delle persone e nello stesso tempo animare l’esperienza del vivere sociale in tutta la sua ricchezza.
La politica non deve limitarsi al compito di garantire il riconoscimento dei diritti individuali. Deve assumere anche la responsabilità di creare le condizioni che favoriscano le persone nella concreta realizzazione dei loro progetti di vita e nella cura dei loro legami familiari e sociali.
La politica ha la responsabilità cruciale di realizzare condizioni che favoriscano la coesione sociale, l'aiuto reciproco, l’interscambio, il mutuo riconoscimento in una società in costante e spesso disordinato divenire. Deve promuovere una società della cura, una società che sappia non solo affrontare i bisogni creati dalle emergenze e dalle marginalità, ma anche valorizzare e sviluppare le attitudini di ciascuna persona.
5. Un nuovo Welfare
L’economia moderna, con le sue incertezze e turbolenze, ha bisogno più che mai di un welfare universale attivo e partecipato; anzitutto perché questo rappresenta una componente della rassicurazione richiesta dai cittadini, non l’unica ma essenziale. Ma questo è anche il modo per ricostruire i legami sociali, per reagire al privatismo e per allargare gli spazi di mediazione sociale, in modo da superare le paure individuali e valorizzare gli strumenti della democrazia sociale. Solo con questo ampio rinnovamento di politiche sociali si può ricostruire quel patto fra generazioni che era alla base del welfare del ’900.
Un terreno emblematico di impegno in tale direzione consiste nella costruzione di un nuovo welfare territoriale o, come si è detto nel manifesto di Assisi del 2007, di una “società della cura”. Tale costruzione si ispira al principio di sussidiarietà che riconosce come beni pubblici non solo quelli prodotti dallo Stato ma anche quelli sviluppati dagli attori sociali per la collettività. Questo nuovo welfare deve affrontare grandi sfide per ricostruire la coesione sociale e la solidarietà. La prima sfida è quella di accompagnare i cittadini nelle trasformazioni delle condizioni di lavoro e di vita, di proteggerli dai rischi di indigenza ed emarginazione indotti da una società in disorientato cambiamento, e di rassicurarli dalle paure e dalle incertezze che ne conseguono.
Dobbiamo pensare ad un sistema integrato in cui il patrimonio di saperi, pratiche e competenze costruito dal welfare sia messo al servizio dell’economia, della politica, della finanza così da produrre una ricchezza economica imprescindibile dal riconoscimento delle diversità, delle relazioni, dei diritti umani e strettamente connessa allo sviluppo globale dell’umanità. Dobbiamo pensare un sistema che sia capace di affermare il valore incondizionato della persona umana e il senso della sua crescita.
Si tratta di compiti di grande portata che non possono essere rinchiusi nella vecchia concezione di welfare state e non possono essere svolti solo dallo Stato. Per questo è opportuno parlare di welfare territoriale e comunitario: per sottolineare che tali compiti devono essere impostati e attuati con il coinvolgimento diffuso della società civile nelle sue varie forme organizzate, dal terzo settore al volontariato agli enti bilaterali costituiti fra sindacati e imprese. Tale coinvolgimento degli attori sociali non può limitarsi alla gestione per delega di singoli funzioni di welfare come succede oggi; deve estendersi alla definizione delle politiche, se si vuole che queste siano veramente rinnovate dalla creatività e dalla competenza delle persone e dei gruppi.
Per la valorizzazione della democrazia sociale è importante promuovere forme nuove di aggregazioni sociali, come quelle del volontariato e del terzo settore, e l’organizzazione dei soggetti finora estranei alla comunità nazionale come gli immigrati. Nei loro confronti non basta la tolleranza, occorrono azioni positive di integrazione civile e sociale, dal lavoro regolare al diritto di voto.
6. Welfare e sviluppo economico
Alle istituzioni locali spettano i compiti decisivi di creare le condizioni favorevoli alle attività di welfare comunitario, alla crescita di logiche di partnership fra pubblico e privato e più in genere allo sviluppo di pratiche comunitarie aperte, democratiche e radicate nel tessuto sociale. Questo è il senso profondo della sussidiarietà che è un elemento decisivo anche per promuovere una economia sociale di mercato. Il welfare sussidiario serve ad arricchire le opportunità di sviluppo umano e sociale, non a scaricare compiti indebiti sui privati o a peggiorare le condizioni di lavoro e di vita. Discutere oggi di questa formula vuol dire interrogarci sui valori di fondo che la ispirano e affrontare le implicazioni immediate e di prospettiva che abbiamo accennato.
Queste esperienze di welfare territoriale realizzate all’insegna della sussidiarietà possono favorire la sperimentazione di una nuova democrazia sociale, purché non si rinchiudano nei confini di comunità ristrette e che non restino isolate dalla politica e dagli interessi locali. Le esperienze vitali delle persone e delle comunità sono indispensabili per disegnare un nuovo profilo di democrazia sociale, ma occorre evitare che esse portino a privilegiare il solo impegno del sociale o peggio che si traducano in una sfiducia verso la politica. Questo chiama in causa la responsabilità sia dei singoli e degli attori sociali sia delle istituzioni pubbliche e della stessa politica. Gli attori sociali, vecchi e nuovi, sono chiamati a rinnovare le proprie forme e capacità rappresentative superando tentazioni di chiusura e di lobbismo o semplicemente di difesa dell’esistente.
Queste forme partecipative al welfare opportunamente realizzate in ambito locale servono non solo a rafforzare la democrazia e la coesione sociale, ma sono nello stesso tempo un potenziale fattore di sviluppo territoriale. Il nesso tra welfare e sviluppo è spesso affrontato nel senso che gli istituti di welfare richiedono una crescita economica sufficiente a finanziarli. Secondo una logica risarcitoria, il Welfare si avvia solo se e quando c’è una crescita economica che permette al sistema di accumulare una plusvalenza che può essere distribuita a chi è rimasto indietro e non ha goduto dei benefici della crescita. In questo modo si danno risorse ad attori passivi, che non sono capaci di creare occasioni per la crescita.
Oggi il modo di intendere la relazione tra crescita economica e programmi di welfare è cambiato. Anche la Caritas in Veritate afferma chiaramente che la spesa per il welfare non va considerata un consumo sociale ma un investimento sociale, perché è un fattore di sviluppo economico. È necessario attivare gli istituti del Welfare proprio nei periodi di crisi per sostenere i soggetti deboli ad avere un ruolo attivo nell’economia, in modo che le risorse impiegate siano un investimento economico. L’applicazione del principio di fraternità, che porta ad aiutare i deboli e i bisognosi, diventa così non solo un’azione di carità, ma anche una misura necessaria all’economia.
Ecco il cambio di mentalità che è necessario: accettare l’idea che l’altruismo non sia più solo una categoria morale, ma anche economica. È questo che ci permetterà di togliere dalle nostre menti l’ossessione del funzionamento dei meccanismi economici e di mettere al centro delle nostre preoccupazioni e delle nostre azioni l’uomo. È questo cambio di mentalità che ci permetterà di realizzare un’economia che sia al servizio dell’uomo, perché come diceva Paolo VI: «ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo, ogni gruppo d'uomini, fino a comprendere l'umanità tutta intera».