Restare noi stessi per cambiare

I punti? Una corsa a ostacoli o un criterio condiviso di selezione

 | 19/10/2010
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Era il 31 ottobre del 2007, un giorno che in qualche modo segnò le sorti di Roma, e forse dell’Italia intera. Fu il giorno in cui fu barbaramente uccisa Giovanna Reggiani e nel quale incominciò un ‘tiro all’immigrato’ che non risparmiava nessuno, alimentato da un’agghiacciante strumentalizzazione del centrodestra. Per questo motivo noi, insegnanti di in una piccola scuola di Italiano per stranieri della periferia sud di Roma (circa 300 iscritti l’anno), decidemmo di sospendere le lezioni per esprimere vicinanza e solidarietà, per dar spazio alle voci e ai timori dei ragazzi della scuola. Quello che ascoltammo ci sorprese: la stragrande maggioranza di loro era davvero arrabbiato per l’accaduto, forse più degli italiani. Ma in fondo, perché stupirsi? Non poteva essere altrimenti: il gesto sconsiderato di uno, metteva a repentaglio il lavoro di tutti. Anni di fatica per capire e per farsi capire, per creare e per dare fiducia, rovinati in un momento. Da quel giorno il nostro modo di lavorare sull’integrazione cambiò. In meglio.
Ho voluto iniziare raccontando questo aneddoto perché penso possa illuminare più di tanti discorsi il dibattito nato all’interno del Pd in tema di immigrazione. Partiamo dall’incomprensione: cosa impedì a noi insegnanti di mettere a fuoco il problema? Io credo fosse una sorta di pregiudizio al contrario, di colore ben diverso dal verde padano ma ugualmente dannoso. Talvolta chi lavora sull’immigrazione, mosso dalle migliori intenzioni, rischia di creare una sorta di Homo Immigratus, una rappresentazione monoculturale ed unilaterale che rischia di tenerci lontano tanto dal sentire del famigerato uomo della strada quanto - ed è singolare - dall’immigrato stesso. La realtà è che le politiche qualitative sull’immigrazione possono essere ben viste soprattutto da chi ambisce ad inserirsi nel nostro tessuto sociale. In certo senso il migrante ha interesse ad essere selezionato, o meglio, ad auto-selezionarsi, se questo significa veder riconosciuto e premiato il merito del proprio faticoso percorso di integrazione rispetto a chi non lo attua. Non deve quindi scandalizzare il ricorso a meccanismi premianti (siano essi i punti, la cittadinanza in cambio di una prova di integrazione, o oltre forme analoghe) quanto, eventualmente, le premesse su cui si basano. Essi sono efficaci solo ed esclusivamente laddove la ‘prova di integrazione’ diventa un requisito che lo Stato richiede e al contempo offre, un investimento nel quale crede e su cui quindi investe le risorse necessarie. Tutt’altra storia rispetto al modello strumentale della ‘corsa ad ostacoli’ - e a punti - targato Sacconi-Maroni.
L’episodio citato all’inizio offre un altro spunto per tentare di fondare su premesse corrette il dibattito in corso. Mi riferisco alla constatazione che per cambiare paradigma sull’immigrazione non è necessaria nessuna concessione ai frames tipici della destra, nessuna svolta valoriale. Il dibattito odierno sembra invece caratterizzato da un atteggiamento che cede, consciamente o meno e per ragioni opposte, alle lusinghe del vento del Nord. C’è chi – come per liberarsi da un insopportabile fardello – pronuncia frasi dal marcato accento padano e chi invece, pur condividendo le medesime esigenze, parla a voce bassa, dà un colpo al cerchio ed uno alla botte, rischiando di risultare incerto e non risoluto. Ma in questo dibattito non ci sono cow-boys e indiani, buoni e cattivi: selezione, utilità, qualità dell’immigrazione sono presenti in entrambi i documenti presentati a Varese dal Pd; a dividere sono più che altro sfumature di intonazione. Il problema sta semmai nel fatto che questi nuovi concetti vengono introdotti di fatto attraverso la proposizione di una pericolosa dicotomia ‘noi/loro’, sdoganando in questo modo un tipico frame di centrodestra, tanto nocivo culturalmente, quanto - ed è proprio questo il punto - inutile concettualmente. Introdurre l’idea di diversificazioni qualitative, specialmente per ciò che concerne il soggiorno, è – lo ripeto – interesse tanto del migrante in cerca di integrazione, quanto di che è nato in Italia; la ‘buona immigrazione’ insomma riguarda e coinvolge allo stesso modo chi è qui da sempre come chi vuole essere partecipe delle sorti della comunità cui si trova ad appartenere.
Un approccio riformista all’immigrazione deve avere la forza di accettare le sfide che la realtà pone ma senza abbandonare l’orizzonte culturale da cui muove. In qualche modo, solo restando fedeli a noi stessi sarà possibile porre su basi corrette e nuove un dibattito il cui esito dipenderà tanto dal coraggio di svolgerlo fino in fondo che dalla capacità di tenere la barra dritta sui nostri valori fondanti, sancendone la non negoziabilità. Non è giusto abbandonarli – l’Italia ne ha disperato bisogno - e, soprattutto, non è necessario.
 

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