Queste misure senza ambizione e coraggio

FOCUS MANOVRA | La manovra del Governo è necessaria ma tardiva e colpisce soprattutto la periferia

 | 07/07/2010
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L'intervento di Enrico Morando dimostra che è possibile una manovra diversa a quella presentata dal Governo. Manovra necessaria, ma tardiva. Manovra non adatta: quando si devono correggere i conti bisognerebbe farsi guidare da due semplici principi. Fare in modo che i sacrifici siano equi e che essi servano a restituirci un paese migliore. Nel caso del decreto presentato dal Governo questi due requisiti mancano. C'è uno squilibrio sociale, colpendo una parte ristretta del corpo del paese (pubblico impiego e redditi bassi), c'è uno squilibrio tra livelli di governo, colpendo la periferia per 14,8 miliardi ed il centro per 3,4 miliardi.

Se proprio dovessimo concentrare la critica direi che l'aspetto dominante sia la sua mancanza di ambizione e coraggio. La crisi sempre può costituire una occasione: per migliorare i fondamentali del paese, per affrontare quelle riforme strutturali che in condizioni normali sono più difficili da fare.

La crisi è invece diventata un alibi. Per affrontare senza discussione all'interno stesso del Governo una manovra senza prospettiva, di fronte ad una urgenza ostinatamente negata per un lungo periodo. Vi sarebbe stato lo spazio per un discorso franco al paese. Certamente sarebbe stato possibile fare appello alle migliori energie della nazione, costruire un consenso reale attorno alle cose che servono.

Il Presidente del Consiglio ha scelto un'altra strada, prima negando l'emergenza, poi mettendosi sulla strada di chi vuol dividere più che unire. Sembra che non sappia governare se non lavorando per dividere l'opinione pubblica, sconquassare ogni rapporto istituzionale e politico. A cominciare da quel perentorio "se fosse al governo la Sinistra saremmo come la Grecia". Il Presidente del Consiglio che fa questa affermazione è un signore che ha governato l'Italia per 10 degli ultimi 16 anni. Ha ricevuto in eredità un paese il cui debito era al 103,5% del PIL e lo ha portato quest'anno al 118%, appunto al livello della Grecia. Eletto sulla promessa meno tasse per tutti ha portato la pressione fiscale al record storico del 43,2%, coltivando in ogni occasione l'invito alla slealtà fiscale. Quest'anno per la prima volta dopo 19 anni viene azzerato l'avanzo primario, che è il risparmio necessario per poter abbattere il debito. Sopratutto ha indebolito la competitività del paese (compreso lo spirito civico che ha a che fare pure con il buon funzionamento dell'economia). L'annuale classifica del World Economic Forum ha registrato negli anni dei governi dell'Ulivo un avanzamento da parte dell'Italia di 13 posti nella classifica mondiale per la competitività, frutto delle politiche di liberalizzazione, di apertura dei mercati, di riforme portate a compimento. Negli anni in cui ha governato Berlusconi l'Italia ha perso la bellezza di 21 posizioni ed è ora relegata al 48esimo posto.

Per questo parlo di mancanza di ambizione. Non si tratta di essere pessimisti ma di guardare in faccia alla realtà. Ci sono fatti strutturali che vanno aggrediti. Ne cito alcuni.

Siamo un paese che da troppo tempo cresce troppo poco. Nei dieci anni antecedenti la crisi il PIL italiano è cresciuto di 15 punti rispetto ai 25 punti della media euro. Negli ultimi due anni il PIL è calato al livello di dieci anni fa, mentre i nostri concorrenti hanno perso 3 o 4 anni.

Siamo un paese che perde produttività: la produttività del lavoro negli ultimi 10 anni è cresciuta del 3% rispetto ad una media dell'area euro di 14 punti. Bassa crescita affidata a scarsi investimenti e bassi salari. La produttività totale dei fattori per il settore manifatturiero arretra di 5 punti rispetto al 1995, mentre la Germania ne guadagna 30 e la Francia 26.

Abbiamo una parte della popolazione che rischia di restare esclusa dal circuito della produzione. La partecipazione delle donne al lavoro è tra le più basse in Europa. Drammatica è la condizione giovanile. Il 79% dei posti di lavoro persi nell'ultimo periodo riguardano giovani tra i 18 e i 29 anni. La disoccupazione giovanile è al 29,5%. Ci sono in Italia 2 milioni di giovani che non studiano, non lavorano non cercano neppure lavoro.

L'Italia è un paese in cui aumentano le diseguaglianze. Nella classifica OCSE l'Italia è il secondo paese europeo come ampiezza nella distribuzione della diseguaglianza della ricchezza ed il primo paese per immobilismo sociale: non c'è quasi più ascensore sociale, chi nasce nella parte bassa della scala sociale ha una elevata probabilità di restarvi.

Nel 2000 i nostri studenti secondo il test OCSE Pisa dimostravano una capacità superiore alla media comunitaria, con un 19% di studenti con scarsa capacità di lettura. Dopo meno di dieci anni la percentuale è andata ben al di sopra della media europea raggiungendo il 27% degli studenti: quasi un terzo dei giovani non sa procurarsi informazioni da un testo scritto, capirne la logica interna e metterlo in relazione con le nozioni che già possiede.

Questi sono i fattori da aggredire. Non siamo pessimisti. Anzi, pensiamo che l'Italia abbia le risorse anche per vincere questa sfida. Gli italiani danno il meglio di sé di fronte alle difficoltà, con la ricchezza di uno spirito imprenditoriale diffuso, un capitale sociale ancora molto forte, punti di eccellenza che restano competitivi. Solo che gli italiani non possono farcela da soli. Hanno bisogno che la politica faccia la propria parte. nel decidere con lungimiranza. Nel promuovere le riforme necessarie ad abbattere barriere e rendite altrimenti inattaccabili.

Ha ricordato Morando i tre assi su cui abbiamo basato la contromanovra.

Fisco: incominciare ad alleggerire il peso fiscale sui contribuenti leali facendo pagare i contribuenti disonesti, spostare il peso da lavoro e impresa a rendite, recuperare la funzione redistributrice delle politiche fiscali intervenendo sul sostegno delle famiglie (detrazioni per i figli, spese per le funzioni di cura di bambini ed anziani).

Evitare che la manovra sia la tomba del federalismo e della responsabilità della spesa. Con l'azione generale di dimagramento per obbiettivi del bilancio dello stato nella sua parte di spesa corrente e con azioni puntuali: troppe sedi periferiche dei ministeri in ogni provincia, non serve la sovrapposizione dei due grandi enti previdenziali, ci sono strumenti efficacissimi per ridurre gli sprechi nel campo farmaceutico, che in alcune regioni è la base dello sfondamento della spesa sanitaria.

Concentrare alcune norme efficaci per rilanciare la crescita: crediti di imposta automatica per la ricerca, green economy, banda larga accompagnata da asta sulle frequenze liberate dal digitale terrestre, sopratutto liberalizzazioni e semplificazioni. Il governo parla di modifica dell'art. 41 della Costituzione, ma nel decreto non vi è una sola norma che vada in questa direzione. Semmai molti passi contrari.

Si dimostra che pur in un quadro di finanza pubblica difficile, reso più difficile dai comportamenti omissivi del Governo in questi due anni, è possibile impostare una politica che non allenta il rigore ma è più orientata sui temi della crescita e delle riforme strutturali. La previsione è facile e purtroppo per il paese alquanto infausta. Essendo mancata l'ambizione necessaria risultati non ve ne saranno: Le entrate previste saranno inferiori, i tagli di spesa minori, le mancate riforme continueranno ad appesantire il paese. A novembre torneranno a proporre correzioni in condizioni ancora più difficili.

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