Oltre la Fiat. Reggerà l'industria italiana?

Il caso Mirafiori deve farci ripensare a come mantenere la nostra vocazione

 | 24/01/2011
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Derogare ai contratti nazionali è stata una scelta nella sostanza radicale e di forte valore simbolico ma non basterà da sola a scongiurare lo spostamento delle nostre industrie all’estero. La ragione è strutturale: prima dobbiamo capire che ruolo questo paese vuole avere nell’economia mondiale. Solo la risposta a questa domanda permette di affrontare le questioni veramente cruciali: quanto è importante mantenere la produzione auto in Italia e come possiamo migliorare il futuro della grande impresa per aumentare occupazione e stipendi.

Se vogliamo sapere quale modello produttivo di paese vogliamo, ci sono, da un punto di vista sistemico, almeno due aspetti fondamentali che dobbiamo considerare. Il primo aspetto è che l’economia italiana è caratterizzata da imprese piccole – grandi in media meno della metà delle imprese tedesche; il secondo aspetto è che il nostro è il secondo paese in Europa – dopo Germania ma prima della Francia - per importanza del settore manifatturiero.

La piccola dimensione delle nostre imprese è spesso invocata come quella caratteristica del nostro sistema produttivo che gli conferisce una flessibilità ancor più necessaria ai tempi della crisi. Si tende però a sottovalutare che questa stessa flessibilità ha un prezzo. Per quanto le imprese più piccole si adattino più facilmente, innovano solo “al margine”: perfezionano processi e prodotti ma raramente ne inventano di nuovi in grado di cambiare radicalmente le abitudini produttive o di consumo. Inoltre, nelle imprese più piccole le condizioni di lavoro sono, in media, peggiori. Molti operai delle piccole imprese, anche nel meccanico, guardano al peggioramento di alcune condizioni di lavoro alla Fiat come aspetti normali del loro quotidiano.

Inoltre, la marcata vocazione manifatturiera di questo paese, specie se confrontata alle altre economie avanzate, ha un perno centrale in quella parte dell’industria meccanica che ha a che fare con l’auto. Sembra quindi cruciale mantenere questa vocazione o determinarne per lo meno una transizione sufficientemente lenta, quando la globalizzazione spinge verso una localizzazione della produzione delle industrie mature - come quella auto - all’esterno di questo paese. Per semplificare: quanta produzione industriale e quante automobili si produrranno in Italia nei prossimi anni è la questione che veramente importa al paese. Oggi Fiat produce un numero poco superiore ai 2 milioni tra autoveicoli e veicoli commerciali leggeri. Circa 600,000 di questi sono prodotti in Italia, in pratica tra 1 su 3 e 1 su 4 del totale. In termini di occupazione il peso italiano è ancora maggiore: 4 su 10 dei quasi 200,000 dipendenti di Fiat lavorano in Italia. La produzione Fiat è già ampiamente globalizzata.

Se questi sono i due aspetti caratterizzanti il nostro sistema produttivo, dobbiamo capire in quale relazione siano col nostro principale problema: questo paese non cresce più perché non produce qualcosa di fondamentale, non rivoluziona i consumi da molto tempo. Siamo lentamente diventati dei perfezionatori, degli intermediari produttivi oramai incapaci di scoprire il nuovo. Nel mondo globalizzato, lo spazio per questo ruolo produttivo è diventato molto più stretto che in passato.

Due sono nell’immediato gli scenari possibili. Nel primo gli investimenti nella industria automobilista italiana falliscono e la nostra produzione diventa marginale nel giro di pochi anni. Nel secondo scenario Fiat rimane in Italia per garantire una produzione almeno comparabile all’attuale. Anche nello scenario che tutti auspichiamo, il paese non sarà salvato. Avrà un po’ di ossigeno in più per ripensarsi. Però non avrà risolto quel qualcosa di fondamentale che ha poco a che vedere con la deroga ai contratti nazionali. Si tratta di aprire questo paese al suo futuro, mentre sosteniamo il suo passato.

Abbiamo bisogno di nuove regole sulla rappresentanza sindacale perché quelle esistenti sono inefficienti e ingiuste ma, soprattutto, abbiamo bisogno di concentrarci sulla riallocazione produttiva di un numero molto elevato di lavoratori e competenze che sia in grado di sprigionare energie imprenditoriali e attrarre grandi investimenti in settori non maturi. Una simile transizione è difficile in qualunque paese. Dobbiamo lavorare perché nel nostro non divenga impossibile.

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