Occidente non avere paura. la sfida é ora

Il discorso del presidente degli Stati Uniti del 26 maggio 2011

 | 30/05/2011
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 Il seguente articolo è apparso sul quotidiano "La Stampa" del giorno 26 maggio 2011 e riporta ampi stralci dell'intervento del presidente Barak Obama al Parlamento britannico. 

 

Sono qui a riaffermare una delle più antiche e solide alleanze mai conosciute.

La ragione di questa amicizia così stretta non dipende solo da una storia e una eredità condivise; dai nostri legami di lingua e di cultura; dalla stretta collaborazione tra i nostri governi. La nostra relazione è speciale per i valori e le idee che condividiamo. Insieme abbiamo affrontato grandi sfide. E altre, profonde, si allungano davanti a noi. Arrivano in un momento in cui l’ordine internazionale è già stato ridisegnato per il nuovo secolo. Paesi come la Cina, l’India e il Brasile crescono rapidamente. Dovremmo dare il benvenuto a questo sviluppo, perché ha sollevato dalla povertà centinaia di milioni di persone e creato nuovi mercati e nuove opportunità per i nostri Paesi.

Eppure, mentre avvenivano questi rapidi cambiamenti, in alcuni ambienti è diventato di moda chiedersi se la crescita di queste nazioni non si accompagnerà al declino dell’influenza americana ed europea sul mondo. Forse, prosegue quel ragionamento, quelle nazioni rappresentano il futuro e il momento della nostra leadership è passato. Questo ragionamento è sbagliato. Il momento della nostra leadership è ora. In un momento in cui minacce e sfide richiedono un lavoro comune per i nostri Paesi, noi restiamo il più grande catalizzatore di un’azione globale. In un’epoca definita dal rapido flusso dei commerci e delle informazioni, è la nostra tradizione di mercati aperti, la nostra ampiezza di vedute rafforzata dall’impegno per la sicurezza dei nostri cittadini, a offrire le migliori opportunità per un benessere forte e condiviso. Questo non significa che possiamo permetterci di rimanere fermi.

La natura della nostra leadership ci chiederà di cambiare insieme ai tempi . Noi abbiamo in comune l’interesse a risolvere i conflitti che prolungano le sofferenze umane e minacciano di fare a pezzi intere regioni. E condividiamo l’interesse per uno sviluppo che faccia avanzare la dignità e la sicurezza. Per riuscirci, dobbiamo mettere da parte l’impulso a guardare le zone povere del globo come un luogo dove agire con la carità. Dobbiamo invece aiutare gli affamati a sfamarsi da sé.

Noi facciamo tutto questo perché crediamo non solo nei diritti delle nazioni, ma anche in quelli dei cittadini. Questo è il faro che ci ha guidati nella lotta contro il fascismo e contro il comunismo. Oggi, quell’idea viene messa alla prova in Medio oriente e in Nord Africa.

La storia ci dice che la democrazia non è mai facile. Occorreranno anni prima che queste rivoluzioni arrivino alla loro conclusione, e lungo quella strada ci saranno giorni difficili. Il potere raramente si arrende senza combattere. Ma quello che abbiamo visto a Teheran, a Tunisi e sulla Piazza Tahrir è un anelito alla stessa libertà che noi, a casa nostra, diamo per scontata, è un rifiuto dell’idea che i popoli di alcune parti del mondo non vogliono essere liberi, o hanno bisogno di una democrazia imposta dall’alto. Nessuna esitazione: Stati Uniti e Regno Unito stanno a fianco di coloro che anelano a essere liberi. E adesso dobbiamo mostrare che appoggeremo quelle parole con i fatti. Questo significa investire nel futuro di quelle nazioni che sono sulla strada della transizione alla democrazia, a cominciare dalla Tunisia e dall’Egitto; approfondendo i legami commerciali, aiutandoli a dimostrare che la libertà porta prosperità. Questo significa sostenere i diritti universali sanzionando chi persegue la repressione, rafforzando la società civile, appoggiando i diritti delle minoranze.

Lo facciamo sapendo che l’Occidente deve superare il sospetto e la diffidenza di molti in Medio oriente e Nord Africa - una diffidenza che ha le sue radici in un difficile passato. In Libia sarebbe stato facile, all’inizio della repressione, dire che la cosa non ci riguardava, che la sovranità di una nazione è più importante di una carneficina di civili dentro i suoi confini.

Questo argomento per alcuni ha un peso. Noi però siamo diversi. Noi ci assumiamo una responsabilità più ampia. E mentre non possiamo fermare ogni ingiustizia, ci sono circostanze che tagliano la testa alle nostre cautele - quando un leader minaccia di massacrare il suo popolo, e la comunità internazionale è chiamata ad agire. Questo è il motivo per cui abbiamo fermato il massacro in Libia. E non ci fermeremo finché i libici non saranno protetti e l’ombra della tirannia cancellata.

Procederemo con umiltà, sapendo che non possiamo dettare noi l’esito finale di ciò che succede fuori dai nostri confini. In fin dei conti, sono i popoli stessi a doversi guadagnare la libertà, essa non può essere imposta dall’esterno. Noi però possiamo e dobbiamo essere al fianco di chi combatte per questo.

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