L'Italia ha un drammatico bisogno di una politica in grado, nell'ordine, di raggiungere questi tre obiettivi: (1) assumere un orizzonte di medio-lungo periodo per l'adozione di scelte di finanza pubblica, sia dal lato delle uscite sia dal lato delle entrate; (2) creare le condizioni per rendere il nostro sistema attrattivo per gli investimenti diretti esteri, senza i quali la produttività del lavoro e quella totale dei fattori continueranno a declinare; (3) favorire con l'attività regolatoria la realizzazione di infrastrutture materiali e immateriali, che reclamano investimenti a redditività molto differita nel tempo. Le grandi reti di telecomunicazioni e dell'energia sono in questo contesto l'esempio più immediato, poiché sono la sede, per parafrasare il vecchio Carlo Marx, dell'accumulazione nell'epoca del capitalismo postfordista. Occorrono, dunque, programmazione di medio periodo, maggiori investimenti diretti esteri e regole certe per le infrastrutture delle grandi reti.
La capacità attrattiva di investimenti esteri è un punto assai dolente. In Italia la quota di aziende situate sul territorio nazionale e controllate da capitali esteri è del 4,1%, contro il 10,3% della Francia "statalista": più del doppio dell'Italia. Per non parlare del 12,2% del Regno Unito, ma quello è il capitalismo anglosassone tanto odiato: non parliamone nemmeno, ci mancherebbe... In un Paese così, il Governo Berlusconi ha deciso di adottare per decreto una norma che autorizza (art. 7 decreto Omnibus) lo Stato italiano, tramite la controllata Cassa depositi e prestiti, a comprarsi le società che crede o, meglio, le società che il Ministro dell'Economia, a suo totale arbitrio, crede di voler acquistare. Tutto ciò per difendere la cosiddetta italianità delle imprese? Non prendiamoci in giro: l'unica cosa che viene difesa con operazioni di questo tipo è l'attuale assetto del capitalismo italiano, blindato dentro patti di sindacato tanto impenetrabili quanto asfittici. Per questo motivo, i capitalisti che stanno dentro il patto di sindacato e vogliono difendere le loro posizioni sono ben disposti ad accettare che il potere politico si metta in mezzo. In altri contesti e in Paesi dove su queste cose si sta veramente attenti, a buon diritto tutto ciò verrebbe definito socialismo statolatrico.
Per quanto riguarda le grandi infrastrutture, le cose non vanno affatto meglio. Stanno venendo al pettine i nodi della gestione delle frequenze liberate dal passaggio al digitale terrestre. Nell'autunno scorso, il Ministero dello sviluppo economico ha compiuto due scelte irresponsabili. Innanzi tutto, ha assegnato ben 25 multiplex, cioè un insieme di frequenze, a RAI e Mediaset, quando avrebbe potuto assegnarne loro almeno un terzo di meno senza alcun danno per i nostri beneamati duopolisti. Ha assegnato poi alle tv locali altre frequenze, comprese quelle, preziose - come dimostra la gara tenuta recentemente in Germania - della banda a 800 megahertz. Qualche giorno dopo avere compiuto questa scelta, con la legge di stabilità ha disposto che quelle stesse frequenze, che aveva appena finito di regalare, siano oggetto di una gara con l'obiettivo di far entrare nel bilancio dello Stato almeno 2,4 miliardi di euro, entro il 30 settembre 2011. A garanzia di questo introito, come è già stato rilevato, il Ministero dell'economia e delle finanze nel pieno rispetto della legge di stabilità stessa ha già disposto l'accantonamento di 2,4 miliardi di euro nel bilancio dello Stato.
Si tratta di uno strabiliante esempio di capacità programmatoria: le frequenze, che oggi sono state date gratis, domani dovremo pagarle con i soldi dei contribuenti, per riaverle indietro da quelli a cui le abbiamo date, con il rischio serissimo che la gara non possa espletarsi nei tempi previsti. Circostanza che avrebbe due conseguenze gravissime. La prima è che gli investimenti delle grandi compagnie di telecomunicazioni non si realizzino nei tempi previsti ed il Paese, quindi, resti privo di una infrastruttura essenziale per la sua capacità competitiva. La seconda è che scatti la clausola di salvaguardia prevista dalla vigente legge di stabilità e gli accantonamenti diventino così tagli a tutti i Ministeri, per una somma pari a 2,4 miliardi.
Solo per fare qualche esempio, vuol dire che al Ministero dell'istruzione e dell'università si tagliano 165 milioni di euro e, in particolare, ben 16 al diritto allo studio. Al Ministero dell'interno si tagliano, se non c'è la gara, altri 107 milioni e forse, stavolta, le auto dei carabinieri e della polizia resteranno davvero ferme e non potranno uscire. Al povero Ministero dello sviluppo economico, per la legge del contrappasso, viene tagliato 1 miliardo di euro. Tutto ciò senza alcun criterio, perché se si fanno tagli in quel modo, non c'è criterio che non sia quello di fare in modo che il totale dei tagli dia 2,4 miliardi. Si può ancora evitare questa catastrofe? Forse sì: facendo la gara nei tempi fissati dalla legge di stabilità, dando meno frequenze a RAI e Mediaset e un po' di soldi in più di quelli previsti alle televisioni locali. Anche se, questi ultimi soldi, diciamo la verità, bisognerebbe farli pagare personalmente, come risarcimento per danno erariale, a chi quelle frequenze le ha concesse gratuitamente, o quasi, alle tv locali ancora nel settembre scorso e ora vorrebbe riacquistarle con i soldi dei contribuenti.