Libia. Intervenire prima che sia tardi

Abbiamo atteso fin troppo. Con la risoluzione Onu ora si deve agire

 | 23/03/2011
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Alla vigilia delle risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite Walter Veltroni ha spiegato con questo articolo perché un intervento della comunità internazionale è un dovere. A difesa dei civili, perché la guerra in Libia c'è già e l'ha dichiarata Gheddafi al suo popolo.Ecco il testo dell'articolo.

«Occidente, vergogna». È la reazione durissima di Ali Tarhouni, esponente degli insorti e membro del Consiglio costituito nell'est della Libia, di fronte all’avanzata militare di Gheddafi. Come non fare nostra la sua indignazione? In oltre due settimane di conflitto, mentre le milizie mercenarie del despota si scaraventavano sulla popolazione, da gran parte della comunità internazionale si è sentito solo il rumore di un silenzio imbarazzato. Ieri, Saif al Islam, figlio del colonnello, ha annunciato: «Qualsiasi decisione prendiate è troppo tardi. Entro 48 ore tutto sarà finito». Se la ribellione verrà davvero schiacciata in tempi brevissimi, ricominceremo tutto come prima?

La semplice ipotesi è inaccettabile. Come l’idea che si sta facendo strada, di una sorta di “chirurgia plastica”, magari con uno dei figli di Gheddafi che detronizza il padre per dare al regime un volto accettabile. Per ricominciare come prima. I presupposti per un intervento della comunità internazionale, invece, c’erano e ci sono tutti. Il 12 marzo, con una decisione storica che andava aiutata e incoraggiata proprio in sede Onu, la Lega Araba ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di imporre una “no-fly zone”, ma non ha trovato il sostegno di cui aveva bisogno. A inizio settimana, i leader del G8 hanno affossato il progetto di una chiusura dello spazio aereo in nome di preoccupazioni che avevano più a che fare con la politica interna nei loro rispettivi paesi che con il diritto a vivere in pace del popolo libico. Si è dovuto aspettare ieri perché nella bozza di risoluzione delle Nazioni Unite si parlasse di una “no fly zone” necessaria «per proteggere la popolazione civile». Disposizione in esame che, anche se approvata in tutta fretta, rischia ormai di arrivare troppo tardi.

Il ministro Franco Frattini, in un’audizione alle commissioni Esteri di Camera e Senato, ha giustificato l’attendismo del nostro paese, parlando di «una migliore comprensione della situazione araba». Ma quale sarebbe la «situazione araba»? Il conflitto in Libia, non sembra una classica guerra civile ed è molto diversa da quella degli altri paesi della regione. C’è un dittatore che, grazie al denaro accumulato con i contratti energetici stipulati soprattutto con l’Occidente, può rifornirsi di armi e arruolare milizie e mercenari che gli permettono di tenere in pugno il paese, emarginando altri soggetti come l’esercito regolare, che in Tunisia e in Egitto sta contribuendo al processo democratico. Il nostro ministro degli Esteri, poi, ha auspicato un intervento della diplomazia. E sorge l'ovvia domanda: perché l’Italia non si è messa da subito alla testa di un’iniziativa nell’ambito della legalità internazionale? Lasciar correre, in una situazione drammatica come questa, ci espone a responsabilità gravissime. E ci coinvolge nel sospetto di aver favorito passivamente una restaurazione barbara del potere.

In questa vicenda, si consuma un paradosso drammatico : i paesi arabi chiedono alla comunità internazionale una forma di intervento, con la no fly zone, nella loro area. E l’Occidente , l’Europa si perdono nei loro interminabili conciliaboli, nei loro rinvii. Nella loro ormai disarmante debolezza. Poi non ci si lamenti se nelle popolazioni del mondo dell’Islam cresce diffidenza verso di noi e l’idea che ci si muova solo se attaccati, o con il terrorismo o per gli interessi economici diretti. Che comunque sono in gioco. L’esito della vicenda libica avrà conseguenze di non poco conto su di noi e sull’Europa : immigrazione, petrolio, radicalizzazione integralista. Gheddafi prima ha denunciato un complotto contro di lui ordito da Al Queda poi ha annunciato l’alleanza con i terroristi
La vicenda della Cirenaica ha messo in rilievo ancora una volta la fragilità di una Europa nel limbo. Senza comune politica estera e di difesa, senza istituzioni forti non basterà una moneta unica a reggere le nuove tensioni del mondo globalizzato che sposta altrove il suo baricentro. Ce la si può prendere con la forza e la determinazione della politica estera della Cina solo se si ha, specie nelle aree più rilevanti per gli interesse del vecchio Continente, una capacità di reazione adeguata. Invece nulla, parole vecchie come i rituali che le producono.

Assumere la più presto le proprie responsabilità in Libia, perciò, non significa derogare alla legalità internazionale o prender parte in una guerra civile, ma attivarsi prima che sia troppo tardi per garantire la popolazione civile e mettere fine a un'oppressione resa possibile da complicità, dirette o indirette, comunque inaccettabili. Anche nostre. E allora, perché dopo averle a lungo auspicate, le rivolte per la libertà non hanno trovato l’appoggio incondizionato dei democratici europei? Dov’è l’Europa, dove sono le forze riformiste, dove sono i movimenti pacifisti? A Sarajevo la comunità internazionale non ho voltato le spalle, sia pure tardivamente, e a Bengasi dovrebbe farlo? La democrazia, anche la nostra, può prosperare soltanto se diventa una prospettiva inclusiva nel mondo della globalizzazione. Se pensiamo di chiudere gli occhi sull’oppressione di un popolo per garantirci la nostra fetta di ricchezza, cioè, sbagliamo di grosso. Non si tratta di facile idealismo, ma di una politica che si misura con la realtà che ha cambiato i connotati del pianeta. Non possiamo più essere spettatori passivi. O peggio, custodi e cultori della caricatura cinica di una Realpolitik che ormai appartiene al passato.
 

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