La bufera che era nell’aria alla fine si è scatenata. Gli ultimi sondaggi di opinione sono per la cancelliera Angela Merkel e la sua coalizione di cristiano-democratici, cristianosociali bavaresi e liberali un disastro senza precedenti, in Germania. Se si votasse domenica prossima Cdu, Csu e Fdp sarebbero venti punti sotto la sinistra, e cioè i socialdemocratici della Spd, i Verdi e i radicali della Linke. Inaudito per uno schieramento che alla fine di settembre dell’anno scorso aveva vinto le elezioni federali alla grande, cancellando in un soffio l’esperienza della grosse Koalition (Cdu/Csu e socialdemocratici). La (ex) cancelliera dei miracoli ha perso molto di suo, ma il fardello più pesante è sulle spalle dei liberali del ministro degli Esteri Guido Westerwelle, boss incontrastato del partito, e del segretario generale Christian Lindner: la Fdp, che alle elezioni federali aveva segnato uno storico 12%, sarebbe oggi intorno al 4%, ovvero al di sotto della soglia del 5% che per il sistema elettorale tedesco è necessaria per avere rappresentanti in Parlamento.
Questo disastro è frutto di una politica economica sbagliata fin dall’inizio. E con i soldi, si sa, i tedeschi non scherzano. La marcia trionfale di Angela Merkel e Guido Westerwelle per le elezioni dell’autunno 2009 era stata suonata tutta sugli annunci di una consistente riduzione delle tasse. Ciò nonostante la crisi mondiale che insidiava il bilancio tedesco come quello degli altri e malgrado gli inviti a non tuffarsi incautamente nelle acque alte del liberismo à la Fdp che venivano dall’anima “sociale” della Cdu. Facili profeti: i guai cominciarono subito. Prima la Cdu/Csu (tutta: quella “sociale” ma anche quella che non lo è affatto) e i liberali non riuscirono a mettere d’accordo le preoccupazioni del ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble (Cdu) con le istanze “va tutto bene madama la marchesa” dell’allegrotto ministro dell’Economia Rainer Brüderle (Fdp) e la povera Angela fu coinvolta in uno sgradevole tira-e-molla. Poi arrivò la crisi greca e cancellò in un soffio l’ipotesi degli alleggerimenti fiscali. La cancelliera aveva problemi sempre più seri. Cercò, creando scandalo in Europa, di tenere fuori la Germania da ogni piano di salvataggio. Poi, quando capì che era impossibile e l’ostinazione berlinese rischiava di sfasciare l’Unione europea, dette la propria benedizione alla cosiddetta Schuldenbremse (freno ai debiti), una legge approvata da tutti i partiti secondo la quale il disavanzo del bilancio federale deve essere ridotto di 60 miliardi di euro entro il 2016, con risparmi di 10 miliardi l’anno. Altro che tagli delle tasse: la grande questione è diventata da settimane se e come sarà possibile mettere insieme queste somme enormi senza aumentarle, le tasse. Schäuble ritiene di sì, ma la maggioranza dei tedeschi ha tutt’altra opinione. Anche perché sul fronte dei tagli non è che si possa fare più di tanto. Il Bund (l’apparato centrale) ha cominciato con qualche risparmio nelle spese dei ministeri, soprattutto quello della Difesa, dell’Agricoltura e dell’Ambiente. Ma non se ne caverà, da qui al 2014, più di un risparmio di 100-125 milioni di euro. Ancora più inguaiati sono i Länder e i Comuni, che debbono dare il loro contributo allo Sparpaket (pacchetto di misure per il risparmio) senza far pesare i tagli sui settori più sensibili, a cominciare dall’istruzione che in tutta la Repubblica federale viene giustamente considerata un investimento.
Stando le cose così, la discussione si è spostata su un terreno davvero minato per la destra tedesca: un prelievo fiscale “di solidarietà” da imporre sui redditi più alti. Secondo l’ala sociale della Cdu alla “tassa dei ricchi” non c’è alternativa. Secondo Schäuble, “il risanamento delle finanze statali è un bene per tutti se lo facciamo in modo ragionevole; perciò tutti i cittadini dovrebbero fare la loro parte, ciascuno secondo le proprie disponibilità”. Persino dal seno della Fdp, nonostante gli alti lai di Brüderle e l’ostilità di Westerwelle si sono levate, in un seminario tenuto qualche giorno fa, voci favorevoli - o meglio: rassegnate - subito messe a tacere dalla dirigenza del partito. Intanto tra cristiano-democratici e liberali si è aperta una bagarre sull’ipotesi di rivedere l’abbattimento dal 20 al 7% dell’Iva per certi beni, tra cui i generi alimentari e le spese per la cultura, deciso quando le vacche erano un po’ più grasse e che dovrebbe entrare in vigore l’anno prossimo.
Non stupisce che in questa confusione i liberali siano sdrucciolati rovinosamente e la cancelliera sia in difficoltà. Tanto più che in materia di equità fiscale l’opinione pubblica tedesca sembra essere assai più sensibile di quella di altri paesi (a cominciare, ahinoi, dal nostro). Secondo uno studio di opinione realizzato quando si cominciò a parlare di difficoltà di bilancio, la maggioranza dei tedeschi sarebbe addirittura favorevole ad un aumento delle imposte, purché ancor meglio calibrato sul criterio che chi più ha più paga. Il motivo fondamentale di questa disponibilità è che ai cittadini federali sta a cuore, insieme con la stabilità dello Stato, lo straordinario patrimonio di welfare costruito, pezzo a pezzo, fin dai tempi in cui fu cancelliere Otto von Bismarck. Pezzi di stato sociale, è chiaro, andranno sacrificati, e già si è cominciato al tempo del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder con la sua “agenda 2010”. Si parla ora di un aumento dell’età pensionabile, di ticket sanitari, di maggiori contributi delle famiglie all’efficientissimo sistema di assistenza domiciliare, ritocchi sono stati gà fatti sui sussidi di disoccupazione. Ma il grosso del welfare federale è in piedi e i tedeschi sono disposti a più di un sacrificio perché non venga abbattuto.
Insomma, il governo di Berlino sta pagando, come è accaduto a tanti altri governi federali, l’appannamento o la poca coerenza con princìpi che per la Germania occidentale, fatta salva la parentesi del nazismo, sono sempre stati basilari e hanno trovato sponda non solo nella grande tradizione della socialdemocrazia, ma anche nello spirito sociale del cattolicesimo renano. E che per la Germania orientale hanno malamente convissuto con la dittatura comunista, ma non hanno mai perso la loro forza d’attrazione. Nonostante tutte le difficoltà e le critiche che merita, comunque, va dato atto anche al governo della sventurata Angela di considerare quei princìpi parte dello spirito della nazione, in un rispetto degli orientamenti di fondo dell’opinione pubblica e di un radicato senso dello Stato. Altra storia, rispetto all’Italia.