La crisi finanziaria scoppiò negli Stati Uniti nell’agosto 2007, come conseguenza della perdita di valore di migliaia di miliardi di dollari di titoli finanziari basati sui mutui immobiliari divenuti insolventi. E si trasmise all’economia reale nel settembre 2008, con il fallimento di Lehman Brothers. Da allora, l’economia mondiale ha assistito al più massiccio stimolo di politica economica mai osservato in tempo di pace. Sul lato monetario, all’azzeramento dei tassi di interesse nominali ha fatto seguito la politica di quantitative easing, ossia il significativo acquisto da parte delle Banche Centrali (da ultimo, la BCE il mese scorso) di obbligazioni societarie e statali, con lo scopo di inondare il mercato di liquidità e ritirare dalla circolazione gli assets “tossici”. Sul lato fiscale, gli aumenti di spesa pubblica, di trasferimenti e di riduzione delle tasse si sono tradotti in giganteschi aumenti del debito pubblico.

Un consistente stimolo di politica fiscale e monetaria era necessario per contrastare la forte caduta della domanda aggregata; nel 2009 per la prima volta il Pil mondiale è diminuito, nonostante le imponenti misure anti-crisi e la crescita cinese e delle altre economie emergenti. Tuttavia, l’entità degli stimoli era tale da rendere evidente l’avvio prima o poi di una exit strategy che riconducesse alla normalità sia la politica monetaria che quella fiscale, evitando il rischio di consistenti aumenti del tasso di inflazione come conseguenza dell’enorme liquidità immessa e della necessità di ridurre il valore reale degli enormi debiti pubblici creati.
In tale contesto, all’inizio del 2010 si inserisce la particolarità dell’area-Euro, in cui coesistono paesi con strutture economiche e sociali diverse: welfare state scandinavo e di matrice anglosassone, passando per il modello mediterraneo; dal modello industriale tedesco fortemente basato sulle esportazioni di beni strumentali e meccanica avanzata, alle economie mediterranee più concentrate su turismo, edilizia e produzioni tradizionali a basso valore aggiunto. Inoltre l'assetto istituzionale dell'Euro unifica due dei tre strumenti di politica macroeconomica (la leva del cambio e la politica monetaria) lasciando il coordinamento della terza (la politica fiscale) a meccanismi di dubbia efficacia come il Patto di stabilità. E’ nell’insieme di queste due caratteristiche che negli ultimi dieci anni hanno covato i germi dell’attuale crisi dell’UE: l’eterogeneità delle economie degli stati membri e l’incompleta unificazione dei tre strumenti di politica macroeconomica attendevano la giusta occasione per poter evidenziare le contraddizioni del processo.
Questo è lo scenario da tenere in considerazione per comprendere la natura della crisi dell’UME: da un lato il contesto globale – caratterizzato dall’eccesso di debito prima privato e poi pubblico – e dall’altro l’incompiutezza del processo di integrazione europeo. Negli anni precedenti la crisi, i paesi del “centro” (come Germania, Olanda) hanno sperimentato un eccesso di offerta rispetto alla domanda, mentre i paesi della “periferia” (come Spagna, Grecia e Irlanda) si sono trovati nella situazione opposta. I primi hanno esportato più di quanto importavano (generando avanzi commerciali), mentre i secondi hanno visto le importazioni eccedere la capacità di esportazione, generando la crescita progressiva del debito estero. Nel 2006, Germania e Olanda vantavano un surplus estero pari a – rispettivamente – il 6.5% e il 9.4% del loro Pil, mentre la Spagna esibiva già un preoccupante disavanzo esterno dell’11% del Pil. Le differenze nei settori pubblici erano minime, essendo tutti i governi sottoposti alla disciplina del Patto di stabilità; la ragione di questo dualismo va quindi ricercata nel diverso comportamento del settore privato (famiglie e imprese), che nei paesi della periferia spendeva molto di più di quello che guadagnava.

In assenza di un vero coordinamento macroeconomico e di meccanismi centralizzati di redistribuzione, il tasso di interesse deciso dalla politica monetaria della BCE risultava corretto per l’area-Euro nel suo complesso, ma troppo basso per i paesi della periferia; in questo modo la tendenza all’indebitamento del settore privato aumentava, così come veniva artificialmente alimentato un eccessivo boom immobiliare. A questo punto, l’enorme stimolo fiscale trasferisce gran parte del debito privato al settore pubblico, gonfiando a dismisura i deficit e i debiti pubblici dei paesi dell’area-Euro. Sui mercati finanziari cominciano a nascere i timori: per sostenere questi livelli di indebitamento i paesi della periferia hanno a disposizione tre strumenti: svalutazione della moneta, inflazione (che riduce il valore reale del debito) o una robusta crescita del Pil.
Le prime due opzioni sono escluse a causa dell’ appartenenza alla zona euro, nella quale non possono coesistere differenziali inflazionistici della portata necessaria al riassorbimento dei debiti. La terza opzione è contraddetta dalla recessione che li punisce duramente, a causa della loro eccessiva dipendenza dal settore immobiliare: nel 2009 il Pil irlandese scende di quasi dieci punti percentuali, e il tasso di disoccupazione spagnolo si spinge fino alla pericolosa soglia del 20% della forza-lavoro. Come se non bastasse, all’inizio del 2010 viene scoperto il “trucco contabile” della Grecia, che nel 2000 – per entrare nell’euro - manipolò i conti pubblici tramite una non corretta imputazione a bilancio operazioni condotte tramite strumenti derivati: nel giro di una notte, il deficit pubblico greco quadruplica, passando da poco più del 3 al 13%. Era la scintilla che i mercati aspettavano per dare il via all’attacco speculativo: nel timore che la Grecia non sia più in grado di rimborsare il debito pubblico, i tassi di interesse sui titoli di stato salgono vertiginosamente, fino a toccare uno spread di oltre 700 punti base sui bund tedeschi.
Nell’imminenza dell’annuncio del default, la comunità internazionale – secondo molti con colpevole ritardo – interviene con un piano di 750 miliardi di euro stanziati da Commissione Europea, Fmi e BCE: l’obiettivo è tranquillizzare i mercati, mettendo a disposizione ingenti risorse finanziarie per il sostegno alla Grecia e ai paesi che si dovessero trovare in difficoltà analoghe. I timori dei mercati finanziari si sono da qualche settimana spostati sugli altri paesi della periferia, per i quali viene creato il poco gentile acronimo Pigs: Portogallo, Irlanda, Spagna oltre alla Grecia. Esplosa la contraddizione di fondo dell’unione monetaria, hanno cominciato a nascere timori sulle prospettive di lungo periodo dell’euro; timori manifestati da un deciso indebolimento del valore esterno della moneta. La crisi dell’Europa viene da lontano, ed è ben lungi dall’essere stata causata semplicemente dai trucchi contabili del governo greco.
Per concludere, un timore e una speranza. Il timore riguarda il futuro prossimo dei paesi in difficoltà: in un’unione monetaria che non preveda una politica fiscale comune, l’unica possibilità per ripagare i debiti pubblici (tramite maggiore crescita) e privati (tramite maggiore competitività nell’export) senza passare attraverso lunghissime fasi recessive risiede nel difficile binomio “produttività più alta - prezzi e salari più bassi”; ciascuna da sola non risolve il problema. La speranza – flebile – consiste nell’avvio del primo embrionale esperimento di coordinamento di politica fiscale tra i paesi membri dell’UM. Dopo il varo del piano di salvataggio per la Grecia, i governi hanno concordato l’attuazione in contemporanea nei loro rispettivi paesi di politiche di riduzione biennale dei deficit per consentire un miglioramento delle finanze pubbliche. Seppur nelle diverse modalità attuative decise è il primo tentativo di avviare una conduzione coordinata della politica fiscale. Se questo porterà nel futuro prossimo ad una più stringente integrazione economica, foriera a sua volta dell’unione politica nei sogni dei padri fondatori, dipenderà dal coraggio che la generazione di leader europei metterà sul piatto. Questo, ovviamente, vale per i paesi con un piatto decente e, soprattutto, una nuova generazione da metterci sopra.