Oscar Wilde diceva che l’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori, e abbiamo appena conosciuto non solo una crisi, ma anche un certo numero di tentativi per superarla. L’anno scorso abbiamo cercato di analizzare gli errori che ci avevano condotto alla crisi, e quest’anno è il tempo di analizzare gli errori che abbiamo commesso nel tentativo di uscirne.
La pluralità di fattori coinvolti rendono difficile un giudizio su come la crisi dovesse essere gestita, tuttavia merita di essere visto come i vari soggetti abbiano interagito. Quando l’anno scorso la portata del problema divenne chiara, in molti pensarono che la crisi sarebbe stata sicuramente gestita malamente, così forse dovremmo essere grati del fatto che questa non sia stata gestita per nulla. Come negli anni Trenta, i decisori si erano mossi in fretta, ignorando quei dogmi che li ammonivano contro gli interventi frettolosi. Sapevano che, al contrario che nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, si rendeva necessaria una stretta coordinazione a livello internazionale, nonostante alcune rilevanti istituzioni fossero prive di legittimazione. Tra il 2008 e il 2009, l’influenza del G-20 era cresciuta tanto quanto quella del G-8 era in declino. La società ha percepito che il bisogno di una governance globale. E finalmente alcune proposte sono emerse, volte a rendere questa aspirazione di governance globale una realtà. Le idee che adesso si stanno avanzando sono incluse nella relazione prodotta da una Commissione istituita dal Presidente dell’Assemblea generale dell’Onu e presieduta da Joseph Stiglitz, il cui gruppo di lavoro sulle istanze macroeconomiche era guidato proprio da me.
Al di là del nome che diamo ai nostri errori, l’esperienza è anche il processo che ci permette di innalzare il nostro livello di comprensione, e di prevedere un mondo nuovo. La domanda che voglio porre all’attenzione con questo articolo è semplice. Può la nostra esperienza fornirci almeno un’occhiata su questo nuovo mondo? La crisi finanziaria non verrà superata fino a che non ne avremo capito le cause, e a me pare che ciò non si sia ancora verificato. Pertanto, la crisi ancora non è stata superata, e lo spettacolo a cui stiamo assistendo ora mostra alcune caratteristiche sorprendenti; chi ha appiccato l’incendio si è trasformato in accusatore, e sta ora accusando i pompieri di aver provocato allagamenti.
Benché la crisi fosse stata fronteggiata meglio all’inizio, le misure adottate erano perlopiù volte a frenarne la degenerazione. Coloro che avevano sperato in una rivoluzione in stile keynesiano sono rimasti delusi, e, lungo un’evoluzione preoccupante sia per la macroeconomia che per l’ambiente, molte banche, Governi e istituzioni internazionali sono arretrate sulla di “business as usual”. L’Amministrazione Obama ha riconosciuto la gravità della situazione, ma non aveva apparentemente la volontà di adottare le misure necessarie per affrontarla. Gli studiosi di macroeconomia dell’Amministrazione, e tutti quelli che hanno erano meglio propensi a considerarla come la Grande Depressione economica, hanno dato presto e subito un responso esatto, tuttavia non hanno prodotto un’adeguata strategia di lungo termine che indirizzasse la regolamentazione finanziaria, la diseguaglianza e la governance globale.
Al picco della crisi i Governi hanno avuto l’opportunità di creare una nuova struttura finanziaria internazionale. Ma poi se la sono lasciati sfuggire tra le mani. Il fatto che molte delle economie occidentali siano uscite l’anno scorso dalla recessione non dovrebbe indurci a pensare che la crisi sarebbe durata solo per un breve interludio, e che nel dopo-crisi le cose sarebbero tornate come lo erano prima. Esiste una tremenda pressione volta a riscrivere la storia di questa crisi, e a rappresentarne gli effetti come se ne fossero stati la causa, nonché a considerare i Governi che hanno gestito la crisi come i responsabili della sua origine.
I tentativi dell’anno scorso dei Governi di evitare la crisi sono stati accolti con diffusa disapprovazione. Sebbene questi Governi di fatto abbiano ottenuto molto, questi sono stati generalmente accusati di spese eccessive e di ave innalzato il livello di debito tanto da condurre ad un’altra crisi. La Commissione europea rimase in silenzio quando la tempesta raggiunse il culmine, ma alla fine ribattè criticando molti Paesi europei di aver accresciuto il loro debito pubblico. La Commissione ora sostiene che 20 dei 27 Stati membri dell’Ue sono profondamente in debito, che dovrebbero tornare il prima possibile entro i limiti più “ragionevoli” imposti dal Patto di crescita e stabilità. Ma se gli Stati membri dell’Ue seguissero le raccomandazioni della Commissione saremmo condotti sull’orlo di un’altra crisi. Non c’è niente di razionale nella sequenza degli eventi che ci hanno portato fino a questo punto, e non c’è niente di ragionevole nella situazione in cui correntemente siamo immersi.
Il punto più basso – ma forse bisognerebbe parlare di punto più alto del ridicolo – si è raggiunto l’anno scorso quando le agenzie di rating hanno intensificato la vigilanza sui debiti degli Stati, così i mercati che erano diventati le vittime dell’incompetenza di queste agenzie videro i riaggiustati giudizi su di loro. Investitori e istituzioni finanziarie in molti casi hanno già commesso l’errore di affidarsi alle agenzie di rating e di acquistare titoli sospetti che le agenzie avevano dichiarato sicuri. Lehman Brothers è stata premiata con un elevato rating nell’immediata vigilia del suo collasso, e ancora in qualche modo le agenzie di rating esercitano un considerevole potere e alimentano il mercato dei titoli pubblici. Ora, tuttavia, se i rischi di possedere titoli pubblici sono oltre modo esagerati, la crisi potrebbe aggravarsi, e i Governi dalle valutazioni declassate potrebbero essere costretti a smantellare proprio quelle misure finalizzate a contenere la crisi nel momento in cui questa stava diventando più minacciosa.
Perciò, la situazione è tale che molti di quelli che aiutarono a uscire dalla crisi oggi sono accusati di averla causata. I mercati finanziari e le agenzie di rating erano tra le cause del collasso, e hanno pure costituito la colpa per la susseguente crescita di debito pubblico e deficit. Per una curiosa svolta negli eventi, i Governi che hanno impedito a che le spinte del mercato conducessero l’economia globale dentro un abisso, sono state fino adesso sottoposte alla critica di aver violato i principi contabili. Ma le agenzie di rating e i mercati sono così male informati sui rapporti pubblici? Secondo il Fondo monetario internazionale, i Paesi del G-20 hanno riservato un mediocre 17,6% del loro Pil per supportare il sistema bancario, sebbene alla fine del 2008 abbiano speso solo lo 0,5% del loro Pil, nel 2009 l’1,5% e quest’anno probabilmente l’1%. In totale, i piani di risanamento dei membri della Ue hanno dato solo l’1,6% del Pil della Ue, a confronto con il 5,6% degli Usa.
I Governi hanno preso le misure giuste per salvare le banche, ma ne hanno ignorato le conseguenze politiche. Col distribuire vaste somme di denaro per salvare il sistema finanziario, senza chiedere in cambio garanzie genuine, hanno dimostrato una mancanza di lungimiranza. E riconoscere che le agenzie di rating sarebbero state incompetenti senza che si facesse nulla per regolarle, si è rivelato altrettanto inescusabile. Come risultato, ai contribuenti è stato chiesto di pagare il doppio, una volta per cauzione e una volta ancora perché il debito in cui erano incorsi nel frattempo era di bassa qualità. Paradossalmente, l’aumento della sensazione che ci si trovava davanti ad una catastrofe si è paragonato alla crescente domanda rivolta ai Governi di tagliare la spesa pubblica e sociale, e di evitare proposte di programmi di investimento per il futuro. Le società stanno ritornando alle politiche che hanno prima di tutto causato la crisi.
Ma a discapito di cosa l’opinione pubblica europea possa pensare, i Governi non sono così colpevoli di questo grande inganno; semmai si sono comportati ingenuamente, e ora lo stiamo pagando a caro prezzo. Tuttavia essi hanno ancora una possibilità di assumersi la responsabilità ed esercitare il potere, anche se ciò dovesse comportare nuotare controcorrente rispetto all’opinione pubblica. Se ciò significa che essi possono aiutare ad alleviare le sofferenze sociali causate dalla crisi, allora i Governi non hanno altra scelta.
Quali sono gli insegnamenti più ovvi che ci vengono dalla crisi? La prima lezione è che l’andamento dei mercati finanziari è tendenzialmente storto, perciò è necessario regolare il sistema finanziario in modo che i banchieri e le agenzie di rating non possano comportarsi in maniera incosciente con i soldi dei risparmiatori.
Dovremmo anche ricordarci che la crescita era sostenibile sol nei Paesi con uno Stato sociale altamente sviluppato, come in Francia. È vero che questi Paesi recupereranno più lentamente che altrove, ma quei Paesi che sono caduti nell’abisso più profondo dovranno impegnarsi più duramente di quelli che ci sono caduti solo superficialmente.
La strada per diventare più competitivi a prescindere dai costi può solo aggravare la crisi. Dopotutto, la crescita delle politiche pro-esportazione può riuscire solamente se altri Paesi hanno la volontà di tenere il deficit. E dato che sono stati gli squilibri globali a condurre alla crisi, è chiaro che l’aumento della competitività rappresenta solo una vittoria di Pirro.
Adesso è più chiaramente consigliabile velocizzare la riforma della governance globale per fare i conti con l’instabilità macroeconomica mondiale, in modo che i Paesi in via di sviluppo non abbiano più bisogno di accumulare le loro riserve per proteggersi. E forse la lezione più importante della crisi è che abbiamo l’esigenza di rompere il circolo vizioso per cui aumentare le disuguaglianze significa dover fare i conti con una domanda sostenuta, dal momento che sia la diseguaglianza che la domanda alimentano le bolle speculative. Se una cosa è certa è che l’impatto della crisi sulla disoccupazione, sull’ingiustizia sociale e sulla povertà significa che al giorno d’oggi esistono Tdiseguaglianze maggiori che in passato.
Traduzione a cura di Matteo Timiani