Due cose non abbiamo il diritto di permetterci, in questo dibattito. Il provinciale trionfalismo nazionalista con la conta arrogante e rischiosa dei vincitori e dei vinti e il tentativo di iscrivere a questo o a quello schieramento europeo o italiano il grande risultato che lei ha ottenuto a Bruxelles. Non ha vinto l’Italia e non ha perso la Germania, o il contrario. Ha fatto un passo in avanti l’Europa. Dal vertice è uscita rafforzata l’idea di un continente fatto non di sole, necessarie regole e prescrizioni ma di impegno per la crescita e sostegno ad investimenti, come dimostra la decisione di oggi della BCE. Molti gufi volavano nel cielo di Bruxelles, sperando che anche questo summit, come molti, troppi altri, finisse lasciando sul campo delusione e frustrazione. I mercati del lunedì mattina si sarebbero poi incaricati di trasformare sentimenti malinconici in rischio, timore e, forse, panico. C’era chi voleva speculare, per arricchirsi. Di soldi. Ma qualcuno forse anche di voti. Perché in questo tempo dannatamente complesso, in cui a nessuna persona dotata di amore per il proprio paese dovrebbe essere consentito di giocare con la demagogia e il populismo, c’è chi scommette contro la propria comunità. Pensare di far cadere lei e di precipitare verso elezioni anticipate avrebbe riportato l’Italia alla scarsa considerazione di cui godevamo fino a qualche mese fa.
Noi abbiamo dimostrato di poter essere non un problema per l’Europa ma un soggetto decisivo per tenere unite le diverse culture e , perché no, i diversi interessi che legano nazioni così dissimili. Siamo stati il paese di De Gasperi , di Spinelli,di Ernesto Rossi, oggi siamo l’Italia che può dialogare con il governo dei popolari di Merkel o Rajoy o con quello dei socialisti di Hollande o di Elio di Rupo. Lo facciamo, lei lo ha fatto, forte non solo del suo prestigio personale e della sua autorevolezza, quella che anche il Presidente Obama le ha più volte riconosciuto, ma del coraggio, che la politica dovrebbe rivendicare con maggiore forza , di un Parlamento e di Partiti che hanno saputo fare un passo indietro per farne fare uno in avanti al proprio paese. E molto dobbiamo tutti all’infaticabile lavoro e all’amore per l’Italia del Presidente della Repubblica.
L’Italia ha aiutato l’Europa, per questo il vertice non è stato un fallimento, come molti pronosticavano e alcuni speravano. Non sono morti né l’Euro né Schengen, le maggiori conquiste della nostra generazione di cittadini di un continente che proprio in questi giorni, settantadue anni fa, precipitava nella guerra che avrebbe costretto al dolore, al sangue e alla miseria milioni di europei.
Ma l’Europa non può restare un’ opera incompiuta. Senza gli Stati Uniti d’Europa, senza una vera unità politica e monetaria, il volo cominciato dopo Auschwitz e accelerato dopo la caduta del muro di Berlino può restare in stallo. Il vertice non ha risolto , non poteva farlo, i complessi problemi legati a questo tempo della storia. E’ la prima volta, nella vicenda delle nostre generazioni, che siamo esposti a pericoli molteplici, immersi in una inedita e pericolosissima crisi sistemica. La recessione è il mostro più pericoloso che le democrazie debbano fronteggiare. Quella del ‘29 in Europa significò l’avvento del nazismo e la fiammata successiva del ‘37 fu superata solo con la sciagura della guerra.
Viviamo una condizione certo inedita, ma la storia ci dovrebbe aver ammaestrato sui rischi di declino di nazioni e civiltà. Lo ha riassunto bene Romano Prodi in questa frase: "L'Europa si trova in una condizione simile a quella dell'Italia del Rinascimento, che era prima in tutto: nell'economia, nell'arte, nella cultura, nella strategia militare. Poi è arrivata la prima globalizzazione (la scoperta dell'America), non ha saputo unirsi ed è sparita dalla carta geografica. Oggi di fronte alla seconda globalizzazione, l'Europa rischia di fare la stessa fine".
Lei, Presidente Monti, ha detto dal canto suo parole giuste, di accorata preoccupazione, circa lo stato della democrazia in Europa. Le nostre istituzioni, nazionali e comunitarie, faticano a decidere, zavorrate da lentezze intollerabili agli occhi di cittadini scossi dalla prospettiva di una inaspettata retrocessione sociale e , peraltro , abituati ad una società veloce in tutto, dalle tecnologie alla comunicazione.
Per questo vorrei dire oggi che il principale contributo al veleno dell’antipolitica, laboratorio di populismi e demagogie devastanti, spesso viene proprio dalle furbizie e dalle ipocrisie della politica. Nel momento in il vostro lavoro è iniziato le regole di ingaggio prevedevano che il governo cercasse di arrestare il rischio del declino o del tracollo del paese e che i partiti facessero due cose: la riforma istituzionale e quella elettorale. Si può discutere la qualità dell’azione del governo, è legittimo farlo. Ma non che abbia provato e in parte sia riuscito.
E’la politica in ritardo, in grave ritardo. Un accordo sulla riduzione del numero dei parlamentari e sul miglior funzionamento dell’esecutivo e delle camere è stato stracciato in nome di una manovra propagandistica volta a riagganciare vecchi schieramenti politici. Lo dico con dolore perché penso che una seria discussione sul modello istituzionale ed elettorale francese sarebbe stata legittima. Ma , come è evidente , non si passa da un sistema parlamentare ad uno semipresidenziale con un emendamento tanto più se esso viene illustrato unilateralmente in una conferenza stampa prima di essere discusso in parlamento e con le altre forze politiche. E’ materia da affrontare in una sede costituente, ormai necessaria. Il risultato è che l’accordo raggiunto è stato fatto irresponsabilmente saltare e i cittadini saranno legittimati a pensare che ciò sia accaduto per evitare la riduzione del numero dei parlamentari. E lo stesso è con la legge elettorale. Le soluzioni sono lì, di fronte a noi : collegi uninominali e garanzie di governabilità in un sistema bipolare. Non si riporti il paese, tra un anno, a votare con un sistema incivile come il porcellum. Il tempo sta scadendo, chi ritarda se ne assumerà la responsabilità. Ma è il contrario di quello che il pd auspica.
Questo è un tempo di decisioni difficili, non di slogan. Ed è un tempo nuovo, davvero nuovo. Viverlo e affrontarlo con il bagaglio o la rassicurante corazza delle ideologie non aiuta nessuno. Per questo vorrei che abbandonassimo le due che più danneggiano il nostro paese oggi.
La prima è quella di un liberismo che ha poco a che fare, davvero poco, con la cultura liberale. E’ l’ideologia dello stato minimo, della deregulation, del liberi tutti. E’ l’ideologia della finanza che sovrasta l’economia reale, la fatica, il talento, il coraggio di chi intraprende e lavora. Roba vecchia, ormai. Una idea della modernità che , per dirla con Calvino, assomiglia a”un cimitero di macchine arrugginite”. E’ di ieri la notizia che una grande , storica , banca inglese ha accettato di pagare una multa di 451 milioni di dollari per aver manipolato il Libor, uno dei tassi decisivi per il sistema finanziario mondiale . Così sono stati ingannati migliaia di operatori e grandi economie , compresa la nostra, sono state attaccate dalla speculazione.
Non può accadere, non deve mai più accadere. Le democrazie non possono essere minacciate da poteri invisibili e sottratti ad ogni controllo. Banchieri disonesti, spesso con buonuscite superiori al reddito di tutta la vita di ricercatori e scienziati, non possono essere liberi di manipolare , con i dati finanziari, la vita di imprese, famiglie, stati.
La seconda ideologia è quella della conservazione sociale. Nulla si può mai toccare, per fare efficienza, per combattere sprechi e disonestà, per tutelare i meno protetti. Ci si scaglia contro il lavoro di chi contrasta l’evasione fiscale dimenticando che solo se pagheremo tutti pagheremo meno. Si difende l’esistente in un legittimo, ma devastante, esercizio di particolarismi che , per me, è il contrario di ciò di cui l’Italia ha bisogno: riformismo, equità, opportunità, innovazione. Non dobbiamo aver paura del nuovo, specie noi . Sarebbe paradossale se , proprio le culture progressiste, finissero, magari involontariamente, col difendere l’esistente e col sostenere, sempre involontariamente, che questa società è , in fondo, la migliore possibile e che è meglio non cambiarla. No, questo paese è un pozzo senza fondo di diseguaglianza e di ingiustizia sociale, di corruzione e di immobilismo. E’un paese devastato, più di ogni altro, dalla criminalità organizzata che è sempre più forte e controlla affari e politica in misura sempre crescente. E’ un paese cattivo con i suoi giovani.
Non si può continuare ad aumentare le tasse e l’Iva non può crescere, come il governo precedente aveva stabilito. Allora bisogna tagliare. I lavoratori che faticano sanno che gli sprechi sono il loro peggior nemico. Se la presidenza della Regione Sicilia ha più dipendenti di Downing Street è evidente che c’è qualcosa che non va. E così per mille altri casi di improduttività.Ricordo quello che diceva un grande sindacalista , un grande e coraggioso italiano come Luciano Lama “ I lavoratori sono parte di un tutto, una parte che lotta, che si batte, ma che è pur sempre collocata all’interno di quella cornice che è l’interesse generale del nostro paese”. Lo dico in primo luogo a me stesso e alle culture della mia vita.
Ma lo dico anche al governo, che si appresta, solo nell’interesse del paese, a nuovi tagli. A voi dico, pensate agli ultimi. Pensate ai ragazzi che non trovano lavoro, ai cinquantenni che lo perdono, ai piccoli imprenditori che stanno decidendo se chiudere l’impresa di famiglia. So che il tempo che ci è dato di vivere è il più difficile dal dopoguerra. E so anche che forse dovremo rivedere in Occidente standard che si sono ininterrottamente espansi per decenni. Altrove si comincia a mangiare del riso in più e a non vivere la metà del tempo che noi viviamo. Il mondo sta conoscendo un nuovo equilibrio e noi dovremo accettarlo. Ma rinunci per primo chi ha. Non chi sta al confine con la sopravvivenza, non chi deve costruire il paese del futuro, non chi rischia con il proprio lavoro o con il proprio talento. Tagliate sprechi e privilegi, ovunque li troviate. Abolite carrozzoni e snellite le istituzioni, senza esitazioni. Ma salvate e migliorate lo stato sociale, salvate la più grande conquista del secolo scorso. E se ieri dominava la cecità dei tagli lineari voi invece optate per l’intelligenza delle scelte che descrivono un paese più moderno: potenziate la scuola, l’università, la ricerca, la cultura, l’ambiente.
Una società dinamica, equa, aperta. Ci vorrà tempo, fatica e coraggio. Ci vorrà di ritrovare le parole sepolte sotto la polvere di quelle troppo usate, parole come solidarietà , comunità , sussidiarietà.
L’Italia è un grande paese. Lei a Bruxelles lo ha fatto pesare. Alla politica il compito di sostenere oggi, lealmente e unitariamente, questo lavoro e domani di indicare, ciascuno per la sua parte, un cammino di vero, radicale, cambiamento dell’Italia.