Domenica 20 giugno gli elettori polacchi si sono recati alle urne per scegliere il loro nuovo Presidente della repubblica. Si dovrà però attendere il ballottaggio del 4 luglio prossimo per avere il verdetto definitivo, poiché al primo turno nessuno dei candidati in lizza è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta dei voti. La Polonia è infatti una Repubblica semi-presidenziale in cui il capo dello stato è eletto direttamente dai cittadini, come in Francia, sebbene il suo ruolo di indirizzo politico ed i suoi poteri costituzionali siano più limitati di quelli di cui gode, almeno potenzialmente, l’inquilino dell’Eliseo.
Tra poco meno di due settimane, a contendersi la più alta carica dello stato, saranno il liberal-conservatore Bronislaw Komorowski (41%), candidato di Piattaforma civica (Po, il partito dell’attuale primo ministro Donald Tusk) ed il nazional-conservatore Jaroslaw Kaczyński (37%), ex primo ministro e leader di Legge e Giustizia (Pis), partito del recentemente scomparso Presidente polacco Lech Kaczyński, suo fratello gemello.
Le quinte elezioni presidenziali della Polonia democratica sono, infatti, avvenute in un clima di lutto nazionale per la tragedia aerea avvenuta il 10 aprile scorso, in cui hanno perso la vita sia il Presidente in carica Lech Kaczyński, sia diversi esponenti politici e militari del paese. Si stavano recando a Smolensk, in Russia, per commemorare il massacro di circa 22000 polacchi perpetrato dai servizi segreti sovietici tra l’aprile ed il maggio 1940. Il ricordo del cosiddetto massacro di Katyn ha sempre rappresentato, ed è tuttora, un’icona fondamentale della memoria storica polacca: ufficialmente negato e censurato dalle autorità comuniste e da Mosca, che incolpavano della strage il regime nazista, la responsabilità sovietica è stata ufficialmente ammessa e riconosciuta soltanto nell’aprile del 1990, dopo mezzo secolo di censura e false dichiarazioni sull’accaduto.
Originariamente, il mandato presidenziale doveva scadere in autunno ed era prevista la ricandidatura di Lech Kaczyński, che nel 2005, quando era sindaco di Varsavia, aveva battuto Donald Tusk al secondo turno con il 54% dei consensi. A distanza di cinque anni si ripete dunque, se pur attraverso personalità differenti, la medesima sfida tra le due anime principali della destra polacca, quella liberal-conservatrice, moderata ed europeista di Po e quella nazional-conservatrice, populista ed euroscettica di Pis, sancendo così il definitivo spostamento a destra della popolazione polacca. La storia della destra polacca contemporanea è stata costantemente caratterizzata da profonde divisioni interne in materia di politica estera, economica e sociale. Tuttavia, le origini di tutti i suoi principali esponenti, come nel caso di Pis e Po, risalgono indistintamente al movimento sindacale d’ispirazione cattolica Solidarnosc, indiscusso protagonista dell’opposizione polacca al regime comunista.
Piattaforma civica rappresenta quindi l’ala riformatrice e cosmopolita della destra polacca, liberista in campo economico e conservatrice in materia sociale; al governo dal 2007, è riuscita a reintegrare Varsavia sulla scena politica europea, a migliorare i rapporti con Mosca ed impedire che il paese fosse travolto dalla recente crisi economica internazionale. Legge e Giustizia, per contro, è sempre stata caratterizzata dalle tendenze populiste ed autoritarie e da istanze fortemente cristiano-conservatrici, che si concretizzano in un forte tradizionalismo culturale, acceso euroscetticismo e rapporti problematici con Germania e Russia, considerati i due grandi nemici storici dello stato polacco. Non bisogna infatti dimenticare che i sentimenti nazionalistici (sui quali Pis fa leva) hanno radici lontane, che vanno oltre i cinquant’anni di influenza sovietica e che risalgono ai secoli di dominazione straniera a cui è stato soggetto il territorio polacco sino al 1919 e durante i quali la Chiesa cattolica ha rappresentato l’unica istituzione depositaria di un’identità nazionale polacca.
È a causa di questo radicato humus politico-culturale che oggi è in forse la vittoria elettorale, fino a qualche mese fa quasi scontata, del liberal-conservatore Komorowski, sostenuto dai giovani, dai ceti medi urbani e dagli operai specializzati. La tragedia aerea di Smolensk, avvenuta in occasione della commemorazione di un fatto storico simbolo dell’identità nazionale polacca, ha infatti fornito il pretesto per risvegliare (seppur con toni più smorzati rispetto al passato) sentimenti revanscisti e tradizionalisti tra i ceti meno abbienti ed istruiti, in particolare tra i contadini della zona orientale del paese, ai quali si appella appunto l’ex premier Jaroslaw Kaczyński, candidatosi al posto del defunto fratello gemello.
Sono quindi due visioni profondamente diverse della Polonia a contendersi la carica più alta dello stato. A fare da ago della bilancia sarà il candidato della sinistra post-comunista Napjeralski, che al primo turno ha ottenuto il 13,4 % dei voti validi e le cui indicazioni di voto sono ancora sconosciute. L’ironia della sorte vuole che il profondo anti-comunismo di Kaczyński, che durante il suo governo (2006-2007) ha ingaggiato una specie di “caccia alle streghe” contro chiunque avesse avuto a che fare con il passato regime autoritario, debba ora fare i conti con la necessità di un appoggio esterno proprio dai suoi ex nemici, con cui, a livello programmatico, condivide soltanto la profonda avversione verso l’economia di mercato.