Una cosa è certa: la lunga parabola di Berlusconi è chiusa. Le dimissioni annunciate sono il segnale di una sconfitta, un tramonto ormai durato anni a danno dell’Italia. Quando Berlusconi si affacciò sulla scena politica nel 1994 l’Italia era riuscita a portarsi fuori da una crisi devastante grazie al lavoro dei governi Amato e Ciampi, grazie ai duri sacrifici dei cittadini, grazie allo sforzo straordinario delle forze sociali che avevano firmato un patto capace di evitare la bancarotta. Ora questi 17 anni si chiudono con l’Italia di nuovo davanti al baratro, con un debito pubblico moltiplicato, senza le grandi riforme necessarie a modernizzare il paese. La crisi economica mondiale colpisce una economia italiana che avrebbe tutte le carte in regola per ripartire ma che ha alle spalle un “sistema-Italia” che è stato indebolito da una lunghissima immobilità. Il tycoon che aveva promesso le riforme liberali si è occupato solo dei suoi problemi, delle sue aziende, dei suoi processi.
Ora cosa succederà? La strada scelta da Berlusconi è chiarissima: condurre il paese verso le elezioni. Ancora mesi di conflitti, una durissima campagna elettorale fatta di contrapposizioni e insulti (è sempre stata la cosa che sa fare meglio) lasciando l’Italia in balia della sfiducia internazionale, di giochi speculativi che hanno individuato nel nostro paese l’anello debole della catena. A quanto potrà arrivare in queste condizioni lo spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi che nella mattina ha drammaticamente varcato la soglia dei 560? Ogni ritardo, ogni incertezza possono diventare rapidamente irreparabili. E la strategia di Berlusconi porta proprio in questa direzione.
La strada necessaria a superare questa situazione è del tutto diversa. E’ quella di un governo di emergenza, guidato da una personalità riconosciuta, in Italia e sulla scena europea e mondiale, per le sue capacità e la sua credibilità. Perché proprio la credibilità è oggi il nostro deficit più grande. Un governo che abbia in parlamento un largo sostegno e che sia riconosciuto dai cittadini. Le scelte che questo esecutivo sarà chiamato a fare in questo ultimo tratto di legislatura (che si chiude nel 2013) non saranno facili ma sono sicuramente necessarie. Messa in sicurezza dei conti pubblici con una seria spending review dei costi della amministrazione pubblica, mettere mano ai capitoli di spesa maggiori, come le pensioni, non per punire qualcuno ma per ricostruire un patto tra generazioni, tra padri e figli in un paese in cui la disoccupazione giovanile supera il 20 per cento e nel Sud ha cifre drammatiche, superare una insopportabile precarietà nel lavoro, riequilibrare un sistema fiscale che oggi pesa su lavoro e imprese spostando il carico sui grandi patrimoni, tagliare nettamente i costi della politica snellendo anche le strutture amministrative e per scrivere una nuova legge elettorale. Servono misure capaci di rovesciare il clima di sfiducia e per far ripartire la crescita evitando una recessione che porterebbe indietro l’Italia e la metterebbe in una situazione di insicurezza non solo economica ma anche istituzionale.
L’Italia ha dentro di se risorse e forze straordinarie: il talento e la creatività, imprenditori e lavoratori capaci una struttura industriale solida, mille potenzialità. Un patrimonio da cui bisogna ripartire investendo sulla green economy e sui settori più innovativi. Ma tutto questo non ha gambe se non si compiono scelte decise, se non si fanno le riforme che da troppi anni attendono.
Qualcuno ha parlato per i paesi europei in crisi di due strade: quella spagnola scelta da Zapatero e quella greca voluta da Papandreu. Zapatero ha annunciato dimissioni e scioglimento del parlamento e contemporaneamente avviato con le opposizioni alcune misure concordate per superare la crisi. Papandreu ha lasciato il campo ad un governo di emergenza con una guida solida che sta muovendo ora i primi passi. La soluzione che io indico è simile a quella adottata da Papandreu. Ma vorrei che fosse chiaro che quella perseguita da Silvio Berlusconi non è affatto quella di Zapatero. Lì il primo ministro ha cercato e trovato concordanza e concordia tra i due schieramenti sulle risposte immediate da dare. Qui, anche nel suo declino, Berlusconi persegue la strada opposta: dividere e andare allo scontro. Una strada sbagliata, non ce la posiamo permettere.
Questo articolo è stato scritto per l'Huffington Post, per leggerlo in inglese clicca qui