Per più di dieci anni la faccia sorridente di un giovane Tony Blair, che entrava a Downing Street tra due ali festanti di folla, è stata per tutta la sinistra europea il simbolo di un partito capace di rinnovarsi e di vincere: sono apparse le rughe su quella fronte giovane, si è scoperto che molti dei presenti quella mattina, bandierine in mano e bambini sulle spalle, in realtà erano comparse, ci si è dovuti confrontare con scelte politiche controverse e lontane dalla tradizione laburista (dalla guerra in Iraq, alla privatizzazione dei servizi pubblici). Ma per molti in Europa il New Labour rimane ancora una fonte di ispirazione, l’unico modello capace di coniugare un approccio economico liberista con una visione sociale di dinamica e inclusiva.
Un po’ come la SPD di Bad Godesberg negli anni ‘60, il New Labour ha forzato i confini della tradizione socialista e socialdemocratica, costringendo le forze progressiste europee a confrontarsi con una nuova idea di sinistra, lontana dalla pianificazione statalista e consapevole che solo un rigido controllo dell’inflazione e un regime fiscale favorevole alle imprese (le ricette del Cancelliere Brown) potevano essere le basi per sviluppare nuova occupazione e promuovere lo sviluppo economico, in un epoca dominata dalla espansione dei mercati internazionali.
E mentre altre esperienze progressiste vedevano nella globalizzazione un nemico da fermare e a cui chiudere le porte in faccia, Tony Blair invitava il suo partito a sfruttare le opportunità che la nuova dimensione dello sviluppo poteva dare nel portare avanti e nel modernizzare i valori e i programmi della sinistra. Una sinistra che non deve solo proteggere chi il lavoro ce l’ha, ma che deve dare a tutti nuovi strumenti per migliorare la propria condizione lavorativa; una sinistra che si affida al mercato, ma che crede nel ruolo fondamentale dello stato nella promozione di ricerca, innovazione, infrastrutture, prima ancora che negli strumenti del welfare tradizionale.
Se quella esperienza, coronata da tre vittorie elettorali successive, rimane comunque fondamentale, il partito laburista oggi si trova a dover affrontare nuove sfide, e a dover individuare nuovi leader capaci di rinnovare il partito e riportarlo al governo del paese.
L’epilogo dei tredici anni di governo Blair-Brown non lascia però un partito sconfitto: il recente risultato elettorale infatti è di gran lunga migliore di quanto ci si aspettava all’inizio della campagna elettorale e in questi ultimi anni è cresciuta una leadership plurale tra le giovani generazioni che rende ormai obsoleta la contrapposizione tra Blair-Brown che ha caratterizzato gli ultimi anni di lotte interne.
Nella sfida per la leadership del partito si confronteranno posizioni politiche diverse, ma con l’esclusione di Diane Abbott, candidata della sinistra interna, feroce oppositrice delle politiche di innovazione portate avanti da Blair (dall’introduzione delle tasse universitarie, alla gestione privatistica degli ospedali) gli altri candidati (e i loro supporter) non possono facilmente essere definiti in base alle tradizionali categorie destra-sinistra.
Non è facile, infatti, definire in modo netto le differenze politiche fra gli altri quattro candidati: l’ultra liberista Andy Burnham, l’economista Ed Balls, molto ben visto dai sindacati, e i due fratelli Miliband, Ed che ha guidato il team Brown e David il cui cuore e cervello hanno sempre parteggiato per Tony.
Tutti hanno preso parte, chi prima chi poi, all’esperienza di governo; tutti hanno partecipato (da advisor prima e da parlamentari poi) alla definizione delle linee fondamentali del New Labour, tutti hanno collaborato al radicamente di quel progetto, chi definendosi blairiano, chi definendosi browniano.
Ma non saranno queste etichette gli elementi su cui deputati, sindacalisti, e semplici iscritti baseranno la loro opinione prima di votare, a metà settembre il nuovo leader, anche perché nella indicazione dei candidati non è difficile trovare le due antiche fazioni rimescolate, con vecchi compagni di banco Ed Miliband, come Douglas Alexander, a sostenere il fratello David, e antichi alleati di Blair tra le fila di Ed Balls.
I cinque saranno chiamati a confrontarsi in più di cinquanta assemblee pubbliche e dovranno spiegare non tanto chi sono e che cosa hanno fatto, ma quali sono le loro ricette per guidare il partito in opposizione e riportarlo al governo.
E su questo si stanno già manifestando differenze di impostazione, che però non tradiscono le innovazioni consolidate negli ultimi quindici anni: nesuno pensa ad un ritorno alle vecchie poliriche socialiste, anche se diversi sono i giudizi sugli errori commessi nella gestione economica.
In particolare le principali differenze (al di là di qualche polemica abbastanza strumentale sulla guerra in Iraq) sembrano essere sul modo in cui il Labour prova a rimettersi in sintonia con le preoccupazioni della classe media, come risponde, in modo progressista e aperto, alle sfide della immigrazione, della integrazione culturale, della inclusione sociale, della promozione di una nuova cultura del lavoro e dell’assistenza pubblica.
Sono questioni che diventano ancora più forti in una fase di crisi economica e di fronte ad un governo che ha apertamente dichiarato guerra alla spesa pubblica. Ma nello stesso tempo il nuovo governo offre immense possibilità di conquista verso un elettorato centrista e moderato che non sembra particolarmente soddisfatto della scelta dei Liberal-Democratici di formare un governo di coalizione con i Conservatori.
La strada davanti al Labour è in salita, ma il partito è attrezzato ed esce da questa esperienza governativa con un bagaglio culturale e umano di notevole spessore: chiunque vinca la sfida per la leadership, lo farà non in nome di vecchie affiliazioni e appartenenze correntizie ma perché ha convinto gli iscritti delle sue idee e delle sue ricette, perché ha saputo guardare avanti e spostare la sfida su un terreno nuovo.