Il dibattito sulla pubblicazione del Centro studi del Pd con un testo di Stefano Rodotà è un’occasione utile per discutere sulla natura e la funzione del Pd. Le proteste e le rivendicazioni dei cattolici intervenuti in modo molto critico verso questa pubblicazione esprimono l’amarezza di chi vede snaturarsi il progetto di un soggetto politico capace di andare oltre le certezze e i reciproci anatemi di un vecchio conflitto che ha segnato l’esperienza politica italiana in modo non certo positivo. Quando si dice che il Pd si sta sempre più configurando come un partito ex-comunista, un ennesimo avatar del Pds-Ds, si dice qualcosa che è molto preoccupante per noi tutti e che dovrebbe far riflettere un dirigente di questo partito. Le risposte, di Cuperlo e dello stesso Rodotà, non sembrano comprendere le ragioni profonde di questa amarezza.
Da laica non credente, e da ex-comunista (ex, ma non pentita, se pentirsi significa rinnegare e svuotare di senso il proprio passato), vorrei provare a fare alcune riflessioni a margine di questo dibattito.
1. Anzitutto, la questione politica. Non sono in discussione né la libertà di Cuperlo di pubblicare ciò che vuole né l’autorevolezza e il valore delle tesi di Rodotà. Ciò che è in discussione è lo stile politico-culturale, l’opportunità di svolgere un’attività del partito in un modo piuttosto che in un altro. Mi pare del tutto evidente che, essendo la ricomposizione tra laici e cattolici un elemento costitutivo dell’identità del Pd, i dirigenti di questo debbano sempre rispettare e coinvolgere i cattolici nelle loro iniziative. Questo è il livello minimo di un rapporto politico. Altrimenti si rischia di finire a un sistema di compartimenti stagni, per cui ci sono aree laiche, dirette da dirigenti laici, che fanno iniziative con i laici, e aree cattoliche che fanno lo stesso con i cattolici. Non è certo per questo che è nato il Pd; come del resto non è nato per schierarsi automaticamente con la Fiom o con le manifestazioni degli universitari, per esempio. Mi direte: che c’entra? C’entra: il tema è l’identità del Pd, la sua capacità di sviluppare posizioni non scontate rispetto alla storia post-comunista e di proporre idee innovative. Faccio questi riferimenti non a caso, ma perché trovo che il dibattito laici-cattolici, se tenuto isolato dal contesto, diventa immediatamente asfittico. Il contesto invece è proprio questo: il Pd è il partito dei Ds col nome cambiato, o è un’altra cosa?
Intendiamoci, a volte anch’io trovo un po’ eccessive – motivate da ansia identitaria – le proteste dei miei amici cattolici. Poi però rifletto che le ansie identitarie non sono prive di fondamento, nella situazione data. E quindi penso che si debbano prendere molto sul serio le critiche, soprattutto se non si configurano come censure, ma come ampliamenti dell’orizzonte politico. Così, per dire, non ho apprezzato le proteste contro l’uso del termine “compagni”, che per l’appunto appare solo una censura (e se alcuni di noi obbiettasero al termine “amici”, legato alla Dc tanto quanto l’altro al Pci? ci mancheranno le parole per chiamarci?). E non apprezzo, anche in questo dibattito, l’anatema contro il termine “individuo”, come se di per sé fosse segno di una concezione antisociale. Ma questo caso è del tutto diverso. Allora, dobbiamo dire che Cuperlo non doveva pubblicare Rodotà? Assolutamente no, ci mancherebbe. La riflessione di Rodotà è utile anche a chi non la condivida. Ed è certo una buona cosa che il partito promuova riflessioni culturali. Basterebbe mettere sempre il confronto al primo posto. Ci potevano essere vari modi; il più semplice, ma anche il più efficace che mi viene in mente, era quello di accompagnare il testo di Rodotà con uno o due brevi interventi di discussione, secondo un modello anglosassone da noi troppo trascurato. Infine: è evidente, ed è importante che Cuperlo lo abbia ricordato, che non può esserci una “linea del Pd” sulla bioetica o sulla vita o sull’eutanasia ecc. (Altra cosa, però – è bene sottolinearlo – è che ci sia una linea su singole leggi in discussione in Parlamento.) Proprio questa impossibilità richiedeva una maggiore attenzione politica.
2. La questione di merito. Non mi piace limitare il discorso all’opportunità politica, che pure è importante, perché questo può dar adito in noi stessi a un atteggiamento strumentale. Le critiche rivolte al testo in discussione rimandano a questioni di merito molto importanti, e cioè in particolare al modo di concepire l’autodeterminazione. Ora, io considero l’autodeterminazione come un principio “in ultima istanza” (si sarebbe detto una volta) inderogabile; e del resto è un principio che regge, nel bene e nel male, cioè spesso anche con eccessi, le società liberaldemocratiche. Richiamare questo principio non aggiunge dunque molto a una discussione sul che fare di fronte alle questioni bioetiche.
La discussione comincia su a) come concepire questo principio; b) come metterlo in relazione con altri principi. Su b): Semplici cita la difesa della vita, che è tautologicamente alla base dell’ordinamento politico; Diotallevi cita la relativizzazione delle istituzioni in uno spazio poliarchico; potremmo citare anche la responsabilità e i doveri verso gli altri, in cui perfino John S. Mill riconosce un limite morale della sovranità su se stessi. O potremmo citare la cura, per esempio dei genitori nei confronti del bambino, che comporta una inevitabile quota di paternalismo. Dunque c’è un problema di bilanciamento tra diversi principi, che è qualcosa che noi facciamo quotidianamente a livello individuale, e che dobbiamo fare, sebbene sia più difficile, anche a livello collettivo. Giustamente Ceccanti cita la legge 194 come un caso riuscito di bilanciamento tra autodeterminazione e difesa della vita.
Su a): l’autodeterminazione può essere e viene di fatto spesso concepita come un principio solipsistico o monologico. Parte del pensiero femminista, per esempio, la concepisce così. Buona parte del liberalismo della seconda metà del Novecento, invece, la intende come un principio che non può rinunciare a una dimensione universalistica: io scelgo non ciò che mi pare, ma ciò che ritengo giusto per me e per gli altri. Entrare nella dimensione universalistica significa entrare in un confronto con gli altri, e accettare un metodo costruttivistico di ricerca che ci porterà a distinguere e a graduare le concrete realizzazioni del principio. Altre riflessioni femministe sull’etica hanno sottolineato come l’autodeterminazione sia facoltà di un individuo che non si erge solitario su un mondo di oggetti, ma è l’incrocio di molteplici relazioni.
Mi fermo qui; vorrei solo aggiungere che per riflettere su queste cose il confronto con i cattolici “ragionevoli” (in senso rawlsiano) mi è sempre stato utilissimo. Posso non condividere, alla fine, le loro idee; ma di certo mi hanno aiutato ad affinare le mie, e quindi anche a pensare in modo più ricco l’autodeterminazione. E’ questo spazio di confronto che non può essere ignorato dal Pd, a costo di perdere non solo la sua ragion d’essere, ma anche la sua capacità di innovazione culturale.