I simboli religiosi

BERTINORO | La sintesi dei gruppi di lavoro, formati dai giovani partecipanti, sui "simboli religiosi" e su "quale laicità"

 | 26/07/2010
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 I simboli religiosi

I ragazzi che hanno partecipato al gruppo di lavoro conclusivo sui simboli religiosi, sono tra loro diversi non solo per provenienza geografica, ma anche per formazione lavorativa e di studio. Tra loro ci sono credenti e non credenti.

Dalla discussione sono emerse opinioni e posizioni differenti, ma sempre caratterizzate da un’inedita voglia di trovare soluzioni comuni e condivise. La critica più grande e da tutti condivisa viene mossa alla politica e al legislatore. Si denuncia cioè una forte strumentalizzazione dei simboli religiosi per evidenti fini elettorali e una sostanziale e diffusa ignoranza della tematica.

In un primo giro di tavolo sono emerse sia le posizioni di chi crede che l’esposizione di un solo simbolo, il crocifisso, nelle aule scolastiche pubbliche sia discriminatorio nei confronti di chi professa un credo differente; sia quelle di chi chiede il crocifisso in nome della maggioranza cattolica degli alunni; sia infine di chi dice che il cd. muro bianco sia una soluzione da scartare perché porta ad neutralizzazione delle problematiche, rendendo “tutto indifferente”.

In un secondo giro di tavolo, mettendosi nei panni del legislatore, il gruppo è arrivato alla condivisione, almeno, nella sostanza della proposta di legge presentata tra gli altri da Stefano Ceccanti sul crocefisso.  Tale proposta rende più flessibile il vigente obbligo di esposizione, sia formalizzando la possibilità di aggiunta di altri simboli, sia consentendo di derogare all'obbligo responsabilizzando i dirigenti scolastici e il principio di autonomia scolastica. Questa proposta costituisce, almeno in un primo momento di transizione, una soluzione che pare ai ragazzi salvaguardare da un lato la preservazione di un simbolo della maggioranza, dall’altro di valorizzare il dissenso della minoranza. In una prospettiva di più lungo respiro però si ritiene soluzione migliore quella di potenziare l’offerta educativa in modo da poter offrire insegnamenti sulle diverse religioni presenti nella società e nella scuola in modo appunto da educare alla conoscenza delle diversità e al dialogo.

Per quanto concerne gli altri luoghi pubblici si ritiene condivisibile l’eliminazione del crocefisso dalle aule dei tribunali, ma non dagli ospedali al fine di non togliere un conforto che può derivare dalla vista del simbolo. 

 A cura della Prof.ssa Diletta Tega

 

Quale laicità

Il nutrito gruppo di studio sul tema della laicità ha visto partecipanti di varie provenienze ed età; la presenza al suo interno di diversi esponenti di istituzioni politiche locali e di militanti di vari partiti ha certamente offerto un elemento ulteriore di arricchimento del dibattito, attraverso un costante richiamo alla prassi ed alla concretezza nei metodi e nel linguaggio politico.

Il giro di commenti, sollecitato da una prima domanda sul ruolo pubblico o privato che bisogna riconoscere alla religione, ha evidenziato come nei partecipanti vi fosse una comune, a tratti unanime, percezione delle questioni inerenti la laicità in Italia. Impostando essenzialmente il problema sul rapporto tra politica e Chiesa cattolica, gran parte dei presenti ha espresso forti perplessità circa le attuali capacità della politica di elaborare autonomamente i propri valori di riferimento e i principi, anche etici, che ne debbono orientare l’agire nello svolgimento delle funzioni che le sono proprie. Si avverte nella politica – è stata opinione condivisa – una assenza di spinta propulsiva, un vuoto di produzione intellettuale, una mancanza di coraggio nel proporre riflessioni nuove, aperte ai mutamenti sociali e che siano in grado di trovare accoglienza in una società complessa e multiforme come la nostra.

Molti hanno rilevato come alla diffusa assenza di proposta progettuale si accompagni spesso un (non sempre sano) desiderio della politica di cercare il consenso, che induce a guardare al messaggio della Chiesa in modo strumentale e ad accoglierlo quando questo risponda a quel tentativo di intercettare il plauso e il consenso delle gerarchie cattoliche, più ancora che dello stesso laicato cattolico. Più di uno dei partecipanti, poi, ha sottolineato il ruolo che, in questo quadro, assume la diffusa sensazione di paura che anima la società odierna. Il disagio si esprime nel timore verso la “diversità” in tutte le sue forme e tenta di trovare un riparo confortevole in visioni accomodanti che rimandano all’idea di identità nazionale, di cultura tradizionale, di religione civile. Incline a “cavalcare” queste sensazioni per ragioni di consenso, la politica troppo spesso utilizza il linguaggio della paura, finendo per frenare i naturali sviluppi dei processi di integrazione sociale.

Di fronte alle troppe “assenze”, della politica come della società civile, secondo molti presenti sta una Chiesa cattolica sempre più spesso fin troppo “presente”, perché cercata - come si è detto - dalla politica, perché desiderosa essa stessa di riempire uno spazio di visibilità pubblica, perché timorosa di non trovare, al di fuori di un suo diretto impegno attraverso le gerarchie ecclesiastiche, una “sponda” nella politica che si faccia interprete dei valori e degli interessi che Essa ritiene imprescindibili per il bene comune. A questo riguardo, più d’uno dei partecipanti ha rievocato il ruolo importante che la Democrazia Cristiana ha svolto per molti anni, costituendo un punto di mediazione e di filtro tra i principi espressi dalla Chiesa cattolica e le loro traduzioni nel “linguaggio” politico e nel dibattito pubblico.

Lontano dal ritenere che solo un ritorno al modello del partito cattolico (o ad analoghi modelli) potrebbe aiutare a gestire nel modo migliore la situazione attuale, il gruppo ha espresso, invece, l’auspicio che prevalga una certa ragionevolezza in tutti i settori della società civile e politica. La soluzione ai problemi delle troppe “assenze” o “presenze” non può risiedere se non in una prospettiva inclusiva che anche la politica è chiamata ad adottare. Una prospettiva capace di valorizzare il pluralismo, riconoscendo, senza timori di ingerenze, la legittimità dello spazio pubblico che compete a tutte le espressioni della vita civile (comprese le confessioni religiose). Una prospettiva, infine, nella quale la politica sappia ritrovare la sua funzione tra gli attori sociali e colga la responsabilità e l’impegno dell’operare una sintesi vitale - nei luoghi deputati - della pluralità delle visioni culturali, religiose e valoriali presenti nel Paese.

A cura della Prof.ssa Silvia Angeletti

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