I riformisti davanti al rischio fallimento

Siamo ad un bivio: le possibilità e gli impegni che ci attendono

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Dunque siamo davvero a un cambio di fase, alla fine del lungo ciclo berlusconiano. In questi giorni sta avvenendo ciò che sembrava remoto, quasi impossibile. Berlusconi sta perdendo la presa sul suo partito e l'Italia sta uscendo dall'immobilismo in cui era precipitata da più di un anno per riprendere un cammino politico - faticosamente, con impaccio, come un infortunato che ricominci a muovere le gambe.

E' sotto gli occhi di tutti che ciò non avviene seguendo un normale percorso politico; certamente non per effetto di una fortunata azione delle forze di opposizione; ma solo per effetto del terribile avvitarsi della crisi finanziaria e della pronta e intelligente risposta dell'unico soggetto politico-istituzionale che in questi difficilissimi anni ha tenuto la barra della situazione del paese: il presidente Napolitano, alla cui saggezza e capacità di guida vorrei qui mandare un omaggio.

Forse già domani avremo un nuovo governo, quel governo di larghe intese, o di responsabilità condivise, che già da tempo alcuni di noi avevano indicato come la migliore soluzione per affrontare in modo efficace la crisi, e per uscire dal berlusconismo.

Sappiamo bene che non sarà un percorso facile. Appena il governo sarà formato cominceranno a ripartire le logiche politiche distruttive che sembrano tipiche del nostro sistema di partiti, e sono rimaste intatte dopo quasi vent'anni di maggioritario.
Da una parte il Pdl sarà alle prese con un day-after che richiederà una ristrutturazione radicale. Personalmente ho una certa fiducia in Alfano, ma le spinte centrifughe e i conflitti personali sono evidenti, e potrebbero creare non pochi problemi.

Dall'altra parte, dalla nostra, i problemi sono forse perfino maggiori. Anche per l'opposizione si tratta di un day-after. Non è solo che da anni, con la breve parentesi della segreteria di Veltroni, l'area di centrosinistra non ha saputo darsi un'identità che non fosse l'antiberlusconismo, un'identità puramente negativa; è anche che in questi mesi di battaglia più ravvicinata, da quando Berlusconi con l'uscita di Fini ha perso la sua sovrastante maggioranza, e quindi la possibilità di rovesciarlo si faceva più concreta, l'opposizione (e in primo luogo il Pd) sceglieva scientemente la linea di non definire con chiarezza una proposta politico-programmatica alternativa, per non rischiare di perdere consensi e per non ipotecare le possibili alleanze.

Questa linea di condotta ha portato da un lato alla "fotografia di Vasto": un'alleanza spostata a sinistra come mai dalla nascita dell'Ulivo, pur mentre si conitnuava a corteggiare l'Udc. Per me questa condotta è intrinsecamente contraddittoria, ma immagino che non lo sia per chi continua a ragionare e ad agire secondo il vecchio e logoro schema - già tante volte sconfitto - della sinistra-che-si-allea-col-centro.

Ma è un fatto che questa condotta ha portato a non preparare il dopo; a non chiarire, per dire la cosa più importante oggi, il proprio pensiero sulle riforme chieste perentoriamente dall'Europa. Non chiarendo la sua posizione su tali questioni, mostrando di essere contro il governo ma non con l'Europa, lasciando addirittura trasparire una posizione di attesa, nella speranza che alle prossime elezioni in Germania e in Francia vincano le sinistre, e che ne derivino politiche diverse, l'opposizione è stata sin qui complice e corresponsabile della tenuta del governo, che è costata al paese un costo enorme in termini di sfiducia degli investitori e quindi di aumento del debito pubblico.

La posizione del Pd resta tuttora ambigua, e non certo per le divisioni di cui si imcolpa la minoranza: basti pensare alla divaricazione nel giudizio sulla lettera della Bce tra il responsabile economico e il vicesegretario, per esempio. Ma più in generale, non abbiamo ancora sentito né dal segretario né dal suo gruppo dirigente quali misure pensano siano necessarie per uscire dalla crisi attuale. E, cosa ancora più grave, si è fatta sentire anche una opacità, una incrinatura, nell'adesione alla tradizionale posizione europeista.

Si lamenta la perdita di sovranità nazionale, si resiste a quella che sembra un'interferenza delle istituzioni europee; si denuncia la carenza di democrazia di quelle istituzioni. Stranamente (o forse no) queste critiche accomunano la sinistra radicale, i vari movimenti anticapitalisti che agitano il nostro paese come tutto il mondo occidentale, e la destra tradizionale.

A questo proposito noi almeno dobbiamo essere chiari. Non c'è da lamentarsi della perdita di sovranità: questa era esplicitamente compresa nell'adesione alla UE e a maggior ragione nell'adesione all'euro; ciò di cui ci si deve lamentare è di avere perso la possibilità di stare tra chi quelle politiche le elabora e le mette in atto. E di questo è responsabile il governo B., con l'antieuropeismo tremontiano e leghista, con le esitazioni nella politica estera, con l'approssimazione e la miopia di B. stesso; con l'incapacità di definire un coerente percorso di riforme. Il governo di B. ha quindi una responsabilità storica: quella di avere reso ininfluente l'Italia in Europa, di averle tolto non solo peso, ma addirittura la voce. Vogliamo dire che c'è anche una reponsabilità delle opposizioni nel non aver saputo dare, per parte loro, le risposte necessarie? Io credo di sì. In ogni caso, non c'è una violazione di sovranità, non c'è interferenza; c'è un reale indebolimento dello standing europeo dell'Italia. Ma così stando le cose, è solo un bene per noi che le istituzioni europee non ci permettano di sottrarci ainostri impegni e alle nostre responsabilità.

C'è però un problema serio, che è quello della democrazia. E' vero che le istituzioni europee non sono pienamente democratiche. Ed è vero anche che la globalizzazione ha ridotto la capacità decisionale dei governi e quindi anche la democrazia, a favore dell'economia.

Sono questi problemi che preludono probabilmente a una nuova fase storica della democrazia. Come la democrazia moderna è diversa da quella antica, avendo dovuto adattare le sue forme alla dimensione terriotirale dei grandi stati e alla complessità della stratificazione sociale; così oggi la democrazia si trova di fronte alla necessità di trovare forme nuove per istituzioni sovranazionali.
Non sappiamo se e come questa evoluzione si realizzerà, perché la democrazia è sempre stata legata alla cittadinanza, quindi basata su un reciproco riconoscimento di individui che si autodefiniscono come membri di una comunità, caratterizzata da confini che includono ed escludono, e caratterizzata da elementi di identità comuni come la lingua, la storia ecc. E la cittadinanza ha sempre trovato il suo posto dentro lo stato. Oggi l'Europa è precisamente a metà percorso: non uno stato, gli stati esistono ancora con tutte le loro differenze, ma non sono più autonomi. Questo è il nodo, questa è la situazione che deve trovare una soluzione.

La democrazia potrà sopravvivere soltanto trovando una forma sganciata dalla sovranità statale, anche se oggi è difficile immaginare quale.

Due punti però appaiono imprescindibili:

1. La democrazia non può essere concepita solo come rappresentatività, tanto meno come una garanzia di poter fare quel che si vuole. La democrazia è decisione. Una democrazia funzionante è quella che, attraverso la rappresentanza, e quindi con il consenso e la partecipazione dei cittadini, esercita la decisione. Una democrazia che non è in grado di decidere (come quella italiana) non è una democrazia funzionante.

2. Il secondo punto è che, se ci rendiamo conto che c'è un deficit di democrazia nella costruzione europea, questo non ci autorizza a rimpiangere la dimensione della democrazia nazionale. Un ritorno indietro non è possibile; nutrire quest'illusione significa indulgere a pulsioni conservatrici e localistiche, che sono inevitabilmente regressive anche in termini economici oltre che politici e di civiltà. Tornare alla democrazia nazionale non è un'opzione, come anche i greci, in una situazione molto peggiore della nostra, hanno mostrato di comprendere.

Dunque nessuna indulgenza verso i vari movimenti che si servono del richiamo alla democrazia per opporsi alla modernizzazione del paese è possibile.

l prossimo governo

Ora è del tutto evidente che il governo Monti avrà anzitutto il compito di intervenire su quei punti delle richieste europee che non sono toccati nel maxiemendamento alla legge di stabilità. E cioè, anzitutto, le pensioni di anzianità e il mercato del lavoro.
Che cosa farà il Pd, come potrà sostenere queste misure, col timore di cedere consensi alla sua sinistra?

Certo, da un punto di vista riformista la risposta non sarebbe difficile. Le riforme chieste dall'Europa si devono fare, se non si vuole precipitare in un default, ma si possono fare in modi diversi. Per esempio, parlando di mercato del lavoro, il progetto Ichino non è il progetto Sacconi; non è "licenziamenti facili" né (nella migliore delle ipotesi) "licenziare per assumere"; ma un rigoroso e complessivo piano di riforma che si propone di superare l'apartheid tra garantiti e non garantiti (la cui drammaticità è diventata ancora più evidente in questa crisi: la perdita di posti di lavoro è soprattutto tra i non garantiti) ripensando contratto e tutele per tutti. E' un progetto che noi di Libeg sosteniamo da anni; e ne riparleremo stasera.

Non intendo qui entrare nell'enumerazione delle misure necessarie, ma vorrei fare un discorso più generale che non è solo di metodo, ma definisce che cos'è una posizione riformista di sinistra, o progressista, come sarebbe più giusto dire.

Se pensiamo che riformismo significa un programma realistico e innovatore ma anche una visione di valori, sviluppo della società, giustizia, diritti, cultura della legalità (Veltroni).


Prendo a prestito le parole di Morando, che in alcuni suoi interventi degli ultimi mesi ha espresso nel modo migliore questa posizione: i fattori di difficoltà del Paese sono tre: l'elevatissimo debito pubblico, la scarsa crescita, l'eccesso di disuguaglianza. Questi fattori di difficoltà devono essere aggrediti insieme, perché insieme formano un nodo inestricabile. Non si risolverà un problema affrontandolo da solo, ma soltanto tutti e tre insieme. Questo mi sembra l'approccio giusto, l'approccio riformista; un approccio che ci consente di porre la questione dell'equità, della lotta alla diseguaglianza, in un modo né ideologico né moralistico, ma in un modo che va a sostenere l'efficacia delle misure.
Diciamocelo: nella stretta della situazione attuale l'equità rischia di diventare un di più, un omaggio verbale a un sistema di valori desueto. O peggio, un'ispirazione identitaria rivolta al proprio interesse di bottega, un richiamo alla propria base. Questo è il rischio che corrono le parole della sinistra, se non vengono rivitalizzate in un'analisi attenta e ambiziosa insieme.
L'equità è un valore reale, un valore politico se va a sostegno dell'efficacia. La lotta alle diseguaglianze è un valore politico se si può dimostrare che va nella stessa direzione, e non in direzione contraria, della lotta per la modernizzazione del nostro sistema-paese, e quindi per la crescita e per l'abbattimento del debito.

Questo è il vero test del riformismo.

Ho detto che non farò l'elenco delle misure ma vorrei fare un riferimento a due questioni che sono forse le prime che dovremmo affrontare: quella delle donne e quella dei giovani.

Noi abbiamo bisogno di crescere, infatti, non solo per mettere in sicurezza il debito pubblico ma anche per aumentare le opportunità per i soggetti più sacrificati e più marginalizzati nel nostro sistema economico, in una misura che non ha pari in Europa (e dunque indica un problema che, all'interno della crisi europea, è tutto nostro): i giovani e le donne, due categorie che Ferrera definisce "i grandi perdenti dell'attuale status quo distributivo". (Nannicini)

Non più tardi di qualche settimana fa, il direttore generale di Bankitalia avvertiva che l'Italia è al 74° posto su 134, dietro a tutti i paesi europei, per quel che riguarda la parità di genere. Non vi annoierò con tanti numeri, la cosa che conta è che se l'occupazione femminile arrivasse al 60% (obiettivo di Lisbona: la media europea è 58%, l'Italia al 41%) il PIL crescerebbe del 7%. Se si aggiunge che le donne hanno ormai una scolarità maggiore degli uomini (sono il 60% dei diplomati), si comprende ancor meglio che le donne costituiscono una risorsa sottoutilizzata nelle nostra società. Con conseguenze notevoli anche sulla natalità e quindi sugli equilibri del sistema pensionistico. Come illustrare meglio la connessione tra crescita e aumento delle opportunità?

Dunque bisogna pensare a "azioni positive" che incentivino l'occupazione femminile. E' ormai ampiamente dimostrato che, contrariamente al passato, occupazione e natalità vanno insieme. Donne con un lavoro fanno più figli. Vorrei dire però che interventi di questo genere non devono essere pensati in opposizione o in alternativa a misure di sostegno alle famiglie con figli, che peraltro sono presenti, con ottimi risultati, nel panorama europeo. Non so se la via giusta è quella fiscale, come propone il Forum delle famiglie. Ma vorrei che la cosa si discutesse al di fuori di posizioni ideologiche e al di fuori di una antistorica contrapposizione tra lavoro familiare e lavoro professionale. Ciò che serve alle donne è l'opportunità di conciliare maternità e lavoro, e questo si può ottenere agendo contemporaneamente su diversi piani. L'importante evidentemente è che il sostegno sia diretto ad aumentare opportunità e potere contrattuale della singola donna nella famiglia e nel mercato del lavoro.

Per quanto riguarda i giovani, la loro condizione è sotto gli occhi di tutti. La disoccupazione ha ormai sfiorato il 30%; chi il lavoro ce l'ha, troppo spesso è destinato a un lunghissimo e malpagato precariato. Inoltre, le previsioni attuali dicono che i giovani di oggi avranno, se va bene, un terzo della pensione dei loro genitori. Ciò dà al nostro paese un record di ingiustizia di tipo particolare: l'ingiustizia tra generazioni. Quanto è diseconomica, oltre che mostruosamente ingiusta, questa situazione?

La risposta sta in un consistente spostamento di risorse dalle generazioni dei padri e dei nonni a quella dei figli. C'è poco da fare, è così. Anche i sindacati dovranno farsene una ragione. Dunque pensioni, mercato del lavoro, liberalizzazioni, istruzione (istruzione: vogliamo dire che tra pseudoriforme del governo, miranti solo a far cassa, e difesa dell'esistente da parte dell'opposizione (partito e sindacati) c'è stata una complicità perversa?).

Anche in questo caso l'equità è efficienza. Perché un welfare tutto spostato sui padri ha come effetto di deprimere il dinamismo e la mobilità sociale: il fenomeno della lunga permanenza in famiglia, della poca propensione dei giovani a cercare nuove esperienze anche lavorative, è dovuto anzitutto a questo. E il risultato è un immobilismo della società nel suo insieme.

Dunque ciò che dobbiamo pensare è che anche i diritti e le tutele devono essere redistribuiti: oggi è questo uno dei punti essenziali del conflitto interno alla cultura politica del PD e in generale dell'area della sinistra.

C'è chi vuole estendere gli stessi diritti e tutele a tutti, ignorando che questo è impossibile, che nessun paese ha ormai le risorse per sostenere una esposizione del genere; ma prima ancora che non c'è più un unico modello di lavoro e quindi di rapporto di lavoro; al contrario, il paesaggio dei lavori è tanto diversificato e mutevole che sarebbe perfino imporoduttivo immaginarsi la generalizzazione del modello della grande azienda a tutti.

Perciò chi si ostina - i sindacati in primo luogo - a difendere questa trincea non fa che difendere la parte tutelata dei lavoratori sacrificando la parte non tutelata, e cioè i giovani e le donne. Anche contro le loro intenzioni, coloro che stanno su questo fronte sostengono la più grave diseguaglianza della nostra società. La diseguaglianza dei diritti, infatti, è all'origine della diseguaglianza di ricchezza.

Ciò che dobbiamo fare non è estendere, ma redistribuire, e quindi ripensare le forme di tutela e i diritti dei lavoratori dei diversi lavori.

Ciò che dobbiamo fare è, in verità, una gigantesca trasformazione culturale: portare la nostra società fuori dalla cultura del posto fisso e garantito, fuori dalla cultura del "chi è dentro è dentro, chi è fuori si arrangi", che si traduce in immobilismo, conservatorismo, mancanza di mobilità sociale, spesa pubblica perversa - perché quelli che devono arrangiarsi su chi gravano, se non sulle pensioni dei genitori e dei nonni, il lavoro non pagato delle mamme e delle nonne, i mille rivoli di illegalità, di economia in nero che sono da sempre caratteristici del nostro paese?, e quindi fuori anche dal familismo amorale, dal sistema della rete di relazioni familiari, di raccomandazioni e di favori, che stringe l'Italia in una morsa, ora che i nostri giovani se la devono giocare in un mercato mondiale e non più nell'Italietta di ieri.

Portare invece l'Italia nella cultura della sfida, della competizione seria e attrezzata, dell'iniziativa individuale e d'impresa, e della responsabilità individuale e d'impresa; la cultura dell'imprenditorialità giovanile e diffusa, la cultura della velocità di ideazione e della capacità di attuazione; la cultura, perdonatemi se il riferimento è di moda, di Steve Jobs e di Bill Gates, di Mark Zuckerberg, di Larry Page e Sergey Brin: persone che hanno costruito ben più che imperi economici, hanno costruito un mondo, così come ai suoi tempi Henry Ford studiato da Gramsci.
E dunque anche uscire dall'antico modello statalista-assistenziale per costruire un sistema liberale, dinamico, fondato su responsabilità individuali e collettive - quindi sulla formazione, l'onestà e il senso civico. Perché, cito Baricco, anche ai più deboli serve un sistema dinamico e non, come abbiamo creduto nel Novecento, un sistema bloccato.

E' questa sfida culturale che sta alla base di un "governo delle riforme", come lo chiama Nannicini. Una sfida gigantesca che ormai non riguarda più l'alternativa tra la serie A e la serie B, ma quella tra sopravvivere e soccombere, trascinando con noi la moneta unica. Sta qui la più profonda e solida ragione per proporre oggi non genericamente un governo di transizione, ma specificamente un governo di larghe intese. Perché la sfida riguarda tutti allo stesso modo; destra, sinistra, centro, siamo tuttti allo stesso modo di fronte al non facile compito di rivoluzionare la nostra cultura politica e sociale, di scalzare i nostri pregiudizi, i luoghi comuni della nostra tradizione, i nostri idola tribus.

Stare insieme in un governo di larghe intese, diretto da una peronalità di statura europea, può servire ad annullare, per una fase, gli interessi elettorali che sono certamente un grande ostacolo sulla via del cambiamento; e ad identificare quella "constituency per le riforme" di cui parla Nannicini, che certamente c'è nel paese - soprattutto tra un certo tipo di giovani e meno giovani acculturati, abituati a pensare in chiave globale - ma che deve essere raccolta, rafforzata, indotta a riconoscersi come attore politico.

Saremo in grado, noi paese, di affrontare e di vincere questa sfida? Saremo noi, Partito democratico, centrosinistra italiano, in grado di affrontarla e di vincerla?
La sinistra tradizionale ci obietta che restiamo presi nelle idee che hanno portato alla crisi attuale. Idee, secondo Fassina, che ha almeno il merito di parlar chiaro, subalterne al modo di pensare neoliberista degli anni Ottanta e Novanta. Non è così. Al contrario, è Fassina, e quelli che la pensano come lui, che vogliono rispondere alla crisi attuale con ricette e con categorie degli anni Settanta. Lo so, molti nei decenni passati hanno subito malvolentieri l'evoluzione della cultura della sinistra europea lontano da quei riferimenti fissi stato-classe-partito che, pur tra tante non secondarie differenze, accomunavano il comunismo occidentale e la socialdemocrazia. Oggi, in questa così grave crisi, sembra a loro di poter dire: avevamo ragione noi; e di poter tornare ai lidi familiari dell'intervento pubblico, delle tutele eguali per tutti, del Welfare come ombrello protettivo dalla culla alla tomba. Purtroppo per loto non è possibile; la globalizzazione ha tolto una bella fetta di ricchezza ai paesi occidentali, e da questo non si torna indietro. Dunque la crisi impone un di più di innovazione e non di meno. La crisi è crisi degli stati, della loro capacità economica e della loro solvibilità; non richiede più stato ma meno stato; più attività di controllo, di verifica, di monitoraggio, ma meno impegno economico diretto e, nei campi in cui ciò è possibile, anche meno gestione.

Su questo punto va detto che i nostri amici cattolici sono più avanti; sviluppando il pensiero della sussidiarietà fino all'idea della poliarchia - cioè di una società capace di autoorganizzarsi e di un apparato pubblico non centralizzato né unificato, ma diversificato in tanti livelli autonomi per inziativa e responsabilità - danno un contributo fondamentale alla riforma culturale del centrosinistra; mentre noi di matrice socialista-comunista siamo sempre molto esposti al rischio di statalismo.

Considero positivo che nel PD, dopo anni di torpore, si stia sviluppando un dibattito, anche se ancora embrionale, ancora fissato su questioni macroscopicamente evidenti ma non originarie (nel senso che sono effetti e non cause), come quella generazionale. Qualcosa si muove, forse? Forse, anche se gli anatemi di cui è stato oggetto Renzi fanno un po' impressione. Si può pensare quel che si vuole di Renzi ma bisogna discuterne le idee e le proposte politiche (che ora si cominciano a vedere), non scomunicarlo dicendo che ha odore dabolico. L'uso infamante del riferimento agli anni Ottanta, e dunque a Craxi, è semplicemente inaccettabile.

Dopodiché, io a Renzi e agli altri che si aggregano su base anagrafica vorrei dire che hanno ragione a lamentare il tappo generazionale, ma forse sarebbe bene cercare di capire come avviene che si formi questo tappo. Il punto non è che negli altri partiti di altri paesi i leader sono più giovani: il punto è che in quei partiti chi è sconfitto lascia il posto di guida. Di conseguenza, ovviamente, si fa posto ai giovani. E' lo stesso discorso che abbiamo fatto nei decenni passati per le donne. Non serve lamentarsi che ci sono poche donne. Meglio guardare ai meccanismi di selezione dei gruppi dirigenti. Se quei meccanismi sono oligarchici, ai posti di comando restano quelli che ci sono, con una solidarietà di genere e di generazione che sfida le rivalità più estreme. Se quei meccanismo sono democratici, faranno posto alle donne come ai giovani.

Dunque il problema di fondo è che il PD non è un partito democratico, cioè non funziona sulla base del confronto e anche dello scontro su linee politiche: l'unico modo per dare vita a gruppi dirigenti e a leadership e l'unico modo per cambiarle. Oggi forse qualcosa si muove e questo è un bene. Ma credo che ci sia ancora molto da fare e da dire, anche se non posso ora fermarmi su questo punto.

Vorrei invece fermarmi, brevemente, sul tema della classe politica: un tema che fa parte del problema che abbiamo di fronte, e certamente avrà il suo posto nel programma del prossimo governo.

Anzitutto vorrei dire che non si tratta solo dei costi della politica, ma della sua legittimazione. Il problema, che i politici tendono a rimuovere, è che la classe politica, tutta, ma anche la politica come attività, è completamente delegittimata agli occhi dei cittadini. I costi naturalmente sono importanti, ma l'indignazione dell'opinione pubblica per questo aspetto - a cui è necessario dare una risposta - è in verità una spia del problema più ampio di cui parlavo.
Delegittimazione significa che la funzione della politica, il suo ruolo nella vita del paese, non è più percepita. Un sentimento sempre presente nelle democrazie, ma marginale, è diventato prevalente: i politici sono inutili, non fanno il loro mestiere e pensano solo ad arricchirsi.

A monte c'è la reale perdita di ruolo della politica nazionale nelle condizioni della globalizzazione, e c'è la ricerca di un capro espiatorio per la condizione drammatica di declino in cui si trova l'Italia. Ma c'è anche l'oggettivo scadimento di qualità della classe politica italiana, dovuto alla stagnazione politico-culturale di questi anni, e non da ultimo anche a una legge elettorale che toglie qualunque elemento di concorrenza, di merito, di scelta delle persone che vanno a formare la rappresentanza.

Non sembra che da parte della stessa classe politica ci sia consapevolezza della gravità della situazione, e quindi nemmeno risposte efficaci. Non considero efficace la risposta che consiste nel dimezzare, o comunque tagliare fortemente, il numero dei parlamentari fuori da una riforma del bipolarismo. Bisognerebbe invece approfittare della pressione dell'opinione pubblica per realizzare infine questa riforma che di tutte è forse la più urgente. Bisogna certamente rivedere il sistema dell'indennità e dei vitalizi, per renderli più trasparenti, e per dare un segnale, anche in termini quantitativi, all'opinione pubblica a cui si chiedono grossi sacrifici. Bisogna certamente abolire le province e ridurre la pletora di consiglieri regionali; bisogna anche individuare i punti dello spreco (consulenze ecc.).

Ma i veri costi della politica sono altri. Anzitutto i cosiddetti costi di transazione, cioè i rallentamenti nel migliore dei casi, e nel peggiore le tangenti, dovute alla presenza diffusa di intermediazioni politiche. Questo è il punto su cui si deve intervenire con decisione: si tratta di ridurre gli spazi della gestione politica in tutta la società. Per lasciare la politica alla sua vera e più nobile funzione.

Poi c'è la questione delle questioni, di cui non si parla: il finanziamento pubblico dei partiti. Non credo che abbia ragione chi propone di abolirlo: significherebbe tornare indietro rispetto ad una delle più importanti conquiste democratiche.

Ma ci sono forme diverse di finanziamento. Dei candidati nei paesi anglosassoni; commisurato al finanziamento privato in Germania. Si possono pensare varie soluzioni (perché non considerare i partiti una associazione come le altre e inserirli nel 5/permille?). Il punto dirimente è che il finanziamento non sia automatico, a piè di lista verrebbe da dire, come oggi, ma obbedisca a due logiche: 1. i partiti per accedere al finanziamento devono avere statuti democratici; 2. il finanziamento deve riflettere una scelta dei cittadini, e quindi sostnere la capacità dei partiti di convincere i cittadini. Ciò naturalmente comporta una legge di attuazione dell'art. 49 Cost. (proposta Veltroni ecc.)

Queste due logiche insieme sono la cura migliore per riqualificare e rilegittimare la politica.

Infine. Oggi, di fronte al fallimento del governo e alla soluzione delle larghe intese, si dice che è morto il bipolarismo. La fine del berlusconismo viene identificata con la fine della Seconda Repubblica e quindi con la fine del bipolarismo. Si tratta a mio parere di un evidente errore di prospettiva, sia dal punto di vista storico che da quello politico.

In primo luogo va osservato che esperienze di larghe intese sono proprie dei paesi a sistema politico bipolare o meglio bipartitico, come la Germania e la Gran Bretagna.
E la fine del berlusconismo può essere la fine della Seconda Repubblica - almeno lo speriamo se questo significa mettere un punto alla transizione interrotta, modernizzare l'ordinamento delle istituzioni politiche, e possibilmente anche cominciare ad avere partiti che siano tali (l'evoluzione del Pdl in questi giorni è estremamente interessante). Ma non è certamente la fine del bipolarismo, perché B. ha sì impersonato il bipolarismo ma non si identifica con esso. Rinunciare al bipolarismo significherebbe davvero rinunciare a ricostruire un ruolo importante per l'Italia, accontentarsi deinitivamente della debolezza poltica e istituzionale che ci ha condannati a un ruolo marginale, tornare all'Italietta che è il destino contro cui questo paese ha combattuto per 150 anni. Un destino minore che non corrisponde alla ricchezza di risorse umane, economiche e culturali del nostro paese.

Allora dobbiamo evitare che la durezza della crisi ci faccia dimenticare tutto questo, e buttare via quel poco di buono che la Seconda Repubblica ha prodotto, quel poco di buono che va riconosciuto anche all'eredità di B.

Nelle drammatiche ore, nei tesi confronti di questi giorni c'è stato un convitato di pietra: il referendum elettorale. Ma il referendum c'è e non può essere evitato, se non con una nuova legge elettorale. Bisogna evitare che si faccia una legge elettorale di tipo proporzonale. Noi non lasceremo cadere quest'impegno e non consentiremo che il bipolarismo sia offerto a Casini su un piatto d'argento come la testa del Battista.

Questa relazione di Claudia Mancina è stata pronunciata all'assemblea annuale di Libertà Eguale ad Orvieto il 12 novembre

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