Il presidente Monti ha presentato la manovra in Parlamento. Ha ribadito con forza la gravità della situazione che abbiamo di fronte, il reale rischio di fallimento, tutt’ora in campo, che richiede scelte difficili, durissime. Credo che abbia ragione il Direttore di Europa quando, rilevando una insufficiente comprensione della gravità della situazione scrive, polemizzando con alcuni giornali: “che cosa pensavate, che si stesse scherzando? O magari che l’emergenza finanziaria fosse davvero un’astuta invenzione per far fuori Berlusconi, dopo di che avremmo potuto ricominciare come prima? Certo che c’è da piangere, ma questa non è la conseguenza, bensì la premessa della nascita del governo Monti”. D’altra parte, lo stesso titolo “salva Italia” che il Primo Ministro ha voluto dare al decreto è la riprova che siamo davvero messi malissimo.
Qui ruota il binomio tra percezione della gravità e assunzione di responsabilità che ognuno, cittadini, parlamentari, partiti, sindacati, deve assumersi. Lasciando davvero perdere idee del tipo “se al posto di Monti ci fossimo stati noi…” e che tutte le colpe delle scelte che dobbiamo fare siano da imputare all’Europa, alla Bce e compagnia cantando. Il senatore Monti su questo punto ha pronunciato parole molto chiare. Detto questo, va preso atto in modo convinto che l’impalcatura della manovra non può che essere questa, e in questo senso non è certo secondaria anche la risposta dei mercati, con 200 punti di spread in meno e un calo significativo dei rendimenti dei nostri titoli.
Tuttavia, ancora moltissimo va fatto, in parte dal Governo e in parte dal Parlamento, sul terreno del mercato del lavoro, della riforma del welfare, dei costi della politica, delle riforme istituzionali, senza scordarsi della legge elettorale. In ogni caso, penso fermamente che alcune scelte debbano essere corrette subito nel senso di una maggiore equità.
Bisogna, innanzitutto, reperire più risorse dalla lotta all’evasione, abbassando la soglia dei 1000 euro sull’uso del contante e stabilendo un canale diretto tra l’Agenzia delle entrate e il sistema bancario. Va aumentata l’aliquota giustamente introdotta sui capitali scudati e vanno messe all’asta le frequenze. Sul versante uscite, e riferendomi solo alle tematiche che riguardano la previdenza, occorre alzare la soglia individuata per la rivalutazione delle pensioni: ricordiamoci che stiamo parlando di pensioni lorde. E sulle pensioni di anzianità, non si può considerare il mondo del lavoro come un indistinto. Non è, infatti, esattamente uguale fare l’operaio dall’età di quindici anni o lavorare dietro a una scrivania.
E poi, non è giusto intervenire più volte sugli stessi soggetti, cancellando le quote che consentivano di andare in pensione prima dei quarant’anni, già elevati a 41 anni da Berlusconi, portandole a 42 per gli uomini; legando questa nuova soglia al compimento del sessantaduesimo anno d'età come minimo; costringendo ad un prolungamento in alcuni casi consistente degli anni di lavoro e se proprio non ce la fai e te ne vuoi andare prima dei 62 anni d’età, magari “sospinto” dall’azienda dove lavori, devi rinunciare ad un due per cento per ogni anno che ti separa da quell’età anagrafica; infine, conteggiando quegli anni in più secondo il sistema contributivo – la cui introduzione per tutti è peraltro condivisibile - con qualche conseguenza però sul computo finale della pensione. Questi aspetti della manovra proprio non vanno.
Dobbiamo affrontarli con il Governo e trovare un più giusto equilibrio tra distribuzione del rigore e salvaguardia del principio di equità. Ma il Governo deve aprire anche un confronto vero col sindacato, perché quando si parla di previdenza si discute di soldi dei lavoratori. La legittimità e la titolarità del sindacato sono quindi assolutamente piene.