La crisi della politica è dimostrata dall'allarmante e diffuso disinteresse dei giovani. È, quindi, assolutamente necessario che le nuove generazioni scoprano al più presto i valori fondamentali della democrazia ancor prima di quelli della Costituzione. Nella dialettica dei diritti e dei doveri di ogni cittadino s'incarna il senso della civiltà.
La politica regola secondo giustizia la vita degli uomini in società. Parte dal principio non espresso che il benessere e la felicità dell'individuo dipendono in maniera determinante dallo stato di salute dell'intera società.
L'assenza della politica nella coscienza dei giovani getta una luce inquietante e cupa sul nostro futuro: la minaccia più subdola che incombe sulla democrazia è la mancanza di un concetto alto della politica nell'universo giovanile. Infatti, non esiste dittatura che non consideri i cittadini un gregge, una popolazione somma di egoismi che delega a pochi gerarchi il proprio destino.
Da qualche decennio a questa parte la politica ha giocato un ruolo subalterno rispetto al dilagare delle pressioni finanziarie di grandi multinazionali. Più che orientare i mercati sulla strada della giustizia e dell'equità, spesso, ha operato sui cittadini per carpire loro il consenso su iniziative discutibili. Basta pensare ai conflitti d'interesse, alle leggi sulle rogatorie, ai condoni e via discorrendo. Tutto questo è avvenuto, e avviene, 'senza colpo ferire' proprio perché nei cittadini si è andato perdendo il concetto primario della politica. I giovani non hanno nessuna coscienza né curiosità della politica, non hanno lo strumento per inquadrare i proprio personali problemi nell'ambito delle responsabilità civili. Oggi l'unica maniera concreta che si ha di scoprire il valore della politica è scendere in piazza per difendere i diritti che lo Stato ci strappa. Probabilmente, se la politica fosse un valore diffuso e condiviso già prima di subire una qualsiasi ingiustizia, molto minori sarebbero i torti che uno Stato compie contro i suoi cittadini.