
E' presto detto: lo stato ex-apartheid cerca ancora una volta (dopo l'epopea della squadra di rugby, raccontata nel film di Clint Eastwood Invictus) di rilanciare la sua difficile unità nazionale con l'aiuto dello sport; l'Italia vorrebbe fare la stessa cosa, ma non riesce, forse non può. Nell'anno in cui si celebra il 150° della nascita del nostro paese, la nazionale di calcio, che in passato è stata capace di suscitare il sentimento nazionale nell'animo scettico degli italiani, registra quotazioni molto basse. Mezzo paese, più o meno, mostra disinteresse, dichiara che non tiferà, oppure, come il ministro Calderoli, coglie proprio questo momento per attaccare gli alti guadagni dei calciatori. Perfino il conduttore radiofonico di una trasmissione specializzata, sentito in questi giorni su Radioradio, invitava a 'sentirsi italiani' con evidente esitazione e imbarazzo ('massì, sentiamoci italiani!'). E' chiaro che, se mai la squadra dovesse andar bene, le cose cambieranno e l'entusiasmo sportivo rivestirà i toni del patriottismo. Tuttavia è pure un po' squallido che ci si senta italiani solo quando si vince. Il vero sentimento nazionale non è subordinato alla vittoria, anzi si rafforza nelle difficoltà. Ma l'Italia, intesa come nazione prima ancora che come squadra, non è popolare. Di sicuro non è un paese per patrioti.
Qualcuno ha visto la morte della patria nell'8 settembre. Ma già nei mesi precedenti, dallo sbarco anglo-americano al bombardamento di Roma, gli italiani avevano mostrato di non saper opporre ai rovesci nazionali un sentimento di unità, lasciandosi andare piuttosto a un rigurgito di piccoli egoismi e di tribalismi, dei quali anche l'improvviso antifascismo post-25 luglio fu in gran parte figlio. I patrioti che diedero vita alla Resistenza e alla lotta di liberazione furono, com'è noto, una piccola minoranza. Nel dopoguerra, tra opposte lealtà transnazionali ' da una parte all'Urss, dall'altra all'America o al Vaticano ' il tema della patria o della nazione non ha mai avuto molta fortuna. E' paradossale, ma anche il nostro elevato europeismo è motivato dal nostro minore attaccamento, rispetto ad altri popoli del continente, al nostro paese e alle sue tradizioni.
In questa generale assenza di sentimento nazionale la Lega affonda la sua propaganda parasecessionista come una lama nel burro. Il centrosinistra prova a conttrapporsi ma, per la stessa ragione, non trova la forza necessaria. In questo 150° anniversario il presidente Napolitano, che giustamente sta mettendo un grande impegno nel cercare di volgere le celebrazioni rituali (peraltro scarse) in una riflessione attuale, appare del tutto solo. Dopo un secolo e mezzo l'Italia è ancora un paese diviso. Abbiamo anche noi il nostro apartheid: tra Nord e Sud, tra destra e sinistra, tra laici e cattolici, tra sindacato e impresa. Ci tocca ancora sperare nella nazionale di calcio, per un breve fuoco di patriottismo. Che però, una volta passato, lascerebbe tutto come prima.