Vorrei ringraziare la Fondazione Democratica per questo invito e per l’idea di una giornata come questa, dedicata a “Dopo la seconda Repubblica” e tesa a approfondire temi e problemi che riguardano la contemporanea crisi internazionale e i suoi effetti sulla politica nel nostro paese. La crisi, se ci pensate, ci presenta da questo punto di vista un’immediata tensione se non addirittura una potenziale contraddizione. Da un lato, il fatto stesso della crisi ci obbliga a pensare in grande, a sovvertire paradigmi consolidati, a cambiare audacemente assunzioni di sfondo. Dall’altro lato, però, la crisi ci invita a chiuderci in noi stessi, a dubitare di tutto, a diffidare dei grandi progetti e a rifugiarci in un pragmatismo angusto e senza principi. Il mio intervento cerca di evitare questo secondo esito, proponendo una rivisitazione e un aggiornamento della tradizione politica di cui siamo parte avendo sempre di mira la necessità di ragionare sui suoi fondamenti morali e politici.
Nel fare qualcosa del genere partirò dalla presentazione di Claudia Mancina, che ha formulato un invito alla politica e in particolare alla sinistra a non sottrarsi al suo compito essenziale che è quello di progettare il futuro. Cercherò oggi di prendere sul serio questo invito collegandolo alla mia attività di filosofo e al mio recente lavoro. Presenterò quindi alcuni lineamenti di etica pubblica applicata a una grande questione che attraversa il nostro tempo: la crisi prima finanziaria e poi economica. La questione menzionata non esaurisce il senso della mia tesi che vuole essere più generale, e riguarda il rapporto tra etica e politica nell’ottica della sinistra democratica.
Lo scopo dell’etica pubblica è quello di costruire un ponte tra etica e politica. Assumo nel prosieguo che, nelle società liberal-democratiche, la morale sia personale e opzionale mentre invece la politica è pubblica e implica obblighi. La ragione per questa divisione dei ruoli è che la morale impegna “solo” la coscienza mentre la politica può avere conseguenze coercitive. Questa importante differenza fa sì che non si può auspicare una politica basata direttamente sulla morale di alcuni individui: una politica del genere violerebbe i principi di pluralismo che sono alla base della liberal-democrazia. In questa ottica, l’etica pubblica funge da mediazione tra i due livelli perché trasforma progressivamente i valori individuali dei singoli in valori comuni di cittadinanza. In questo modo, tramite l’allargarsi della condivisione, funziona in maniera tale da rendere –in alcuni casi e entro limiti determinati- la morale operativa in politica. Attraverso l’etica pubblica la sfera in principio privata della morale acquista un significato e un valore pubblici e quindi politici. In questo modo, la politica non si identifica con la morale ma tuttavia percorre il suo percorso nel solco creato dall’etica.
Non bisogna credere che un processo del genere sia particolarmente nascosto o impervio. Tutto sommato esso non è altro che il frutto di discussioni collettive di natura politica che abbiano come scopo delle finalità moralmente interessanti. In somma e per essere brevi, riunioni come quella nostra di oggi ambiscono a essere un esempio di etica pubblica. In questa prospettiva, l’etica pubblica non è soltanto un itinerario discorsivo che trasforma il privato in pubblico e la morale in politica. E’ anche un elemento identitario fondamentale. Che cosa voglio dire con questa aggiunta che è a mio avviso fondamentale per comprendere il tema del mio intervento e –a mio parere- anche della nostra riunione nel suo complesso? Intendo semplicemente sostenere che il passaggio da pubblico a privato e da morale a politica di cui parlo non è neutrale o procedurale. Al contrario necessariamente esso incorpora valori. E in questo modo crea identità politiche specifiche. L’etica pubblica di cui parlo non è un abito per tutte le stagioni, ma piuttosto un modo per costruire identità nell’ambito della sinistra democratica. Questo distinguo non è banale. Se si riflette un attimo su quanto hanno detto stamane i miei due colleghi Messori e Fabbrini si capisce bene perché. Messori ha detto de tutto condivisibilmente che –a livello di UE- spesso e volentieri i politici non tengono in adeguata considerazione le strutture dell’economia quando esprimono opinioni e affermano posizioni. Fabbrini ha detto, altrettanto condivisibilmente, che i politici devono fare meno “politics” e più “policy”. Come dicevo, si tratta di tesi assai convincenti. Ma io vedo in esse, come del resto vedo nell’affermare un’etica pubblica qualsiasi o senza principi forti, un pericolo concettuale evidente. Noi non vogliamo –suppongo, e lo chiedo in particolare a Walter Veltroni e Enrico Letta come politici militanti, un insieme di raccomandazioni per la politica e per politici che vada bene per tutti, da Berlusconi e Bossi a Vendola (a meno che costoro non cambino repentinamente le loro idee…). Noi desideriamo parlare infatti prima di tutti a quanti condividono un’identità politica che si riconosce nella sinistra democratica. Per farla breve, noi ci riferiamo in primo luogo a quelli come noi in questa stanza, ed è per questo che l’etica pubblica per la sinistra democratica è anche un progetto identitario.
La questione è delicata forse più di quanto non sembri a prima vista. In fin dei conti, un filosofo o uno scienziato sociale hanno di mira la verità. E la verità non dipende dall’uditorio ma vale per tutti. Come si fa a conciliare questa esigenza inderogabile con la volontà di condividere un progetto politico? Dopotutto, un progetto politico non può essere eguale per tutti, non assomiglia a una bandiera mutevole che ognuno/a può seguire a piacimento. La mia idea di riconciliazione tra verità universale e appartenenza politica parte dall’assunzione che esistono principi primi di politica che dall’inizio creano identità differenziate. I principi politici di un’etica pubblica per la sinistra democratica sono ispirati a un modo peculiare di organizzare libertà e eguaglianza nell’ambito di una tradizione che va (senza alcuna pretesa di completezza) da Keynes alla social-democrazia scandinava e laburista, dalla sinistra francese del secondo dopoguerra a Rawls, dal cattolicesimo liberale e democratico al pensiero della globalizzazione post-coloniale. E’ questo un quadro troppo ideologico? Io non credo che lo sia, e come sempre dobbiamo fare attenzione a non buttare via il bambino con l’acqua sporca. Per dirla in maniera più consona alle attese del nostro sofisticato uditorio, dobbiamo fare attenzione a non scambiare il tramonto delle ideologie con la fine delle idee. Per fare questo, l’etica pubblica auspica che le politiche della sinistra democratica non siano soltanto ispirate a verità e correttezza ma anche che siano parte di una tradizione politica. Abbiamo già sperimentato in Italia una sinistra democratica puramente pragmatica e anti-ideologica, che non per niente è finita con Mani Pulite…
Forse è anche superfluo notarlo, ma io non ho alcuna intenzione di prendere parte al fumoso dibattito interno di parte della sinistra democratica in Italia oggi. Non sto facendo in altre parole alcuna distinzione tra socialdemocratici e liberaldemocratici all’interno di questa sinistra. La mia tesi è più generale. Dico semplicemente che l’etica pubblica, non diversamente dalle politiche europee e dalle policies in generale, che si può proporre alla sinistra democratica non può basarsi solo su valori importanti come l’onestà, la correttezza, la verità e così via. Questi valori riguardano infatti tutti, anche la destra, e non solo la sinistra democratica. Se vogliamo fare cultura politica che significa anche creazione di identità morale e politica, dobbiamo avere il coraggio di ancorare le nostre proposte a una tradizione politica ispirata a mio avviso a principi di libertà e eguaglianza alla maniera sopra ricordata.
Ma torniamo all’etica pubblica, il cui destino nel nostro paese mi riguarda da vicino. L’espressione “etica pubblica” è infatti entrata nell’uso della teoria politica italiana –e talvolta nel linguaggio comune- su mia iniziativa, prima con un convegno milanese intitolato “Un’etica pubblica per la società aperta” e poi con un libro dell’editore Guida di Napoli intitolato “Verso un’etica pubblica”. Entrambe queste uscite risalgono agli anni ottanta. Molto dopo, invece, è stato pubblicato –per il Saggiatore- il mio “Etica Pubblica” (seconda edizione 2003), in cui raccoglievo i questa enfasi sulla moralità istituzionale, ci sia un sentimento tutto italiano, uno stato d’animo che è facile far risalire al nostro breve passato repubblicano, e in particolare al suo ultimo deludente periodo. Ma, parlando di etica pubblica, non ci si riferisce a questo pur giustificato sentire nazionale. C’è alle spalle del termine tutta una letteratura filosofico-politica internazionale, e starei per dire globale. Si tratta qui dello sviluppo pluriennale di un paradigma che deriva dal discorso sulla giustizia distributiva che congiungo qui con le sue fondazioni etiche.
Il compito della sinistra democratica nell’ambito di questa tradizione è qui interpretato come il tentativo di costruire un’etica pubblica liberale dalla parte degli svantaggiati. Come detto all’inizio, svolgerò questo compito a partire dalla crisi economica. Per un filosofo è normale leggerla in termini di fondamenti dell’economia.
In un suo articolo su “giustizia economica e spirito d’innovazione” Edmund Phelps ha anticipato parte della mia posizione: “i fondamenti dell’economia” –dice Phelps- devono basarsi su una “dimensione morale”. Secondo Phelps soltanto una siffatta dimensione morale dell’economia può metterci in condizione di comprendere e affrontare correttamente questioni complesse come la stabilità finanziaria e la distribuzione economica. Troppo spesso nel parlare di economia si tende invece a sacrificare tale dimensione economica, favorendo dibattiti meramente tecnici su come la società dovrebbe regolare i mercati finanziari o distribuire beni primari. Per evitare questa strategia miope Phelps suggerisce di puntare oltre e riconoscere che per comprendere appropriatamente la dimensione morale dell’economia bisogna studiare la natura umana. In altri termini, la vera moralità economica ha a che vedere con la capacità di cogliere la reale natura degli esseri umani. La visione standard dello homo oeconomicus fallisce per mancanza d’immaginazione. Gli esseri umani, ad esempio, non si rivelano avversi al rischio e avidi come la teoria li vorrebbe. Al contrario, sono molto più spesso creativi e generosi, pronti a realizzarsi anche attraverso scelte coraggiose e comportamenti altruistici. Gli economisti dovrebbero dunque tenere in più seria considerazione una visione morale dell’economia basata su un’interpretazione della natura umana.
Questa è la posizione di Phelps, ed io condivido le sue intenzioni. Ne approvo l’enfasi sui valori etici nell’economia e sui difetti della visione standard dello homo oeconomicus. Sono anche d’accordo con il suo suggerimento che le differenze politiche tra destra e sinistra presuppongano una qualche dimensione morale dell’economia più che essere una soluzione al problema da essa posto. Per finire, condivido la sua visione secondo la quale oggi come oggi andrebbero riesaminati i fondamenti stessi della scienza economica. Tuttavia, nella mia presentazione, io cercherò di raggiungere simili obiettivi in una maniera differente.
La principale distinzione che vedo tra la posizione di Phelps e la mia è che dietro alla difficoltà di riconoscere una dimensione etica all’economia credo ci sia una ragione fondamentalmente metodologica, etica e politica. Dal mio punto di vista l’ostacolo principale consiste in una (diffusa) interpretazione erronea dell’individualismo. Nota bene, io non sto suggerendo di adottare una qualche alternativa comunitaria o olistica all’individualismo. Oltretutto sono pienamente consapevole dei benefici sociali e politici che si accompagnano all’individualismo standard, a iniziare dalle libertà personali di base che non vorremmo certo perdere. Intendo semplicemente suggerire che ci sono due modi comuni di fraintendere l’individualismo di cui dovremmo tenere conto quando parliamo della dimensione morale dell’economia: primo, l’individualismo non va letto in termini di puro soggettivismo; secondo, l’individualismo non va confuso con l’egoismo.
La prima interpretazione errata dell’individualismo può esser messa in luce attraverso l’analisi delle teorie del valore che sono alla base dell’etica e dell’economia e le relazioni tra queste. Sostengo che le teorie del valore utilizzate in etica ed economia sono reciprocamente incoerenti, essendo abitualmente oggettiviste in etica e soggettiviste in economia. Da questo punto di vista credo che gli economisti dovrebbero prendere in più seria considerazione l’analisi etica dei fondamenti dell’economia e abbandonare il soggettivismo preferenzialista al quale spesso si affidano. In tal senso l’individualismo non andrebbe letto come mero soggettivismo. Ciononostante, sono piuttosto scettico sul rimedio di Phelps a questo inconveniente, cioè sulla possibilità di concepire una dimensione morale dell’economia partendo da un’interpretazione della natura umana. La ragione del mio scetticismo è la preoccupazione per il pluralismo. Nella società contemporanea coesistono molte interpretazioni della natura umana e noi non possiamo selezionarne una a discapito delle altre. O perlomeno non possiamo farlo se vogliamo proteggere le basi del liberalismo. Questa conclusione non promuove l’adozione di una prospettiva scettica verso i valori. Al contrario, come vedremo, il mio scopo è di difendere una visione oggettiva del valore compatibile col pluralismo.
Un secondo modo di fraintendere l’individualismo consiste nel concepirlo come una declinazione dell’egoismo. Nonostante la significativa incompatibilità tra le teorie del valore in etica e in economia, entrambe afferiscono all’individualismo, almeno per quanto riguarda la tradizione occidentale dei nostri tempi. Infatti, il concetto principale all’interno della tendenza dominante dei fondamenti di etica e economia, è stato formato da ciò che possiamo chiamare individualismo. La mia tesi è che questo comune individualismo vada messo seriamente in discussione al fine di evitarne una lettura in termini di egoismo dirompente. Naturalmente sono consapevole che termini come individualismo sono vaghi. L’individualismo etico e quello economico, per non parlare di individualismo politico, non sono identici e ci sono differenze concettuali tra loro. Inoltre, di certo l’individualismo non coincide concettualmente con l’egoismo. Dunque la mia opinione è che la presente crisi ci inviti a riflettere su alcune degenerazioni dell’individualismo così da far emergere una qualche dimensione morale dell’economia.
La mia tesi può essere pensata come divisa in quattro parti (non ancora sviluppate in questa sede).
Nella prima vorrei prendere in considerazione alcuni aspetti fondamentali della business ethics e della corporate social responsibility (CSR) al fine di presentare la sovrapposizione di moralità e economia nel tipico modo accademico. Per prendere seriamente in considerazione la moralità dell’economia dobbiamo iniziare dove etica e economia s’incontrano nel discorso accademico. Ciò chiarirà anche la relazione fra crisi finanziaria e le precondizioni della CSR. La CSR è comunque molto controversa, non solo come strategia ma anche per ragioni fondamentali legate alla dimensione morale dell’economia.
Per mostrare perché la CSR sia così controversa nella seconda parte intendo esplorare le complesse relazioni fra due sfere d’imperativi differenti, quelli economici e quelli morali, entrambi presenti nella CSR. Le due logiche sono spesso agli antipodi. Questa tensione crea enormi difficoltà a lavorare su un progetto comune che possa cogliere le basi morali della vita economica. Per affrontare queste difficoltà io sostengo che dobbiamo riflettere sulle teorie del valore che utilizziamo rispettivamente in etica ed economia al fine di raggiungere un possibile e plausibile progetto di moralità in economia. Naturalmente questo obiettivo non è popolare tra gli studiosi né facile da perseguire per nessuno di noi. Troppo spesso la logica preferenzialista della teoria del valore dell’economista rifiuta di accettare la logica deontologica dell’eticista, e viceversa la logica del compromesso dell’economista è problematica per la logica categorica dell’eticista. Io credo che nel discutere la dimensione morale dell’economia sia invece necessaria un’intersezione critica fra le due logiche. Bisognerebbe semplicemente essere meno dogmatici, su entrambi i fronti. Una maniera per farlo è quella di adottare una teoria del valore oggettivista che sia compatibile con alcune delle posizioni dell’economista. Per chiarirci, se normalmente l’economia presuppone una teoria del valore soggettivista e l’etica una teoria del valore oggettivista allora dovremmo convincere l’economista ad accettare parte della teoria del valore oggettivista ispirata dall’etica. Secondo alcuni però l’adozione di una teoria del valore oggettivista potrebbe porre problemi alla libertà personale. In particolare, una teoria oggettivista del valore potrebbe non essere coerente con la libertà di scelta individuale. Per evitare un tale rischio, cercherò di proporre un modello liberale nel quale una visione critica dell’individualismo e una teoria del valore oggettivista siano compatibili con le libere scelte delle persone. Questo modello esplora la possibilità di massimizzare il potere di scelta personale sotto alcuni vincoli di natura morale. Per rendere meno oscura questa proposta si potrebbe dire che se noi identifichiamo il potere delle scelte personali con ciò che i filosofi morali e politici chiamano il -bene- e i limiti posti a questo con ciò che loro chiamano il giusto, siamo dunque di fronte a una terminologia usuale e una dialettica più familiare (almeno per i filosofi).
Questo argomento va sviluppato nella terza parte. Considerando la società come un’impresa collettiva, la ricerca personale del bene non può oltrepassare i limiti relazionali di natura non individualista imposti dal giusto. Questi limiti sono ispirati da una teoria oggettivista del valore ma rispettano il pluralismo, che in una società aperta è sia un fatto positivo che un requisito normativo. La necessità di bilanciare una teoria oggettivista del valore con il pluralismo morale da origine a ciò che John Rawls ha chiamato “la priorità del giusto”, che è il cuore della sua visione liberale della giustizia. Bilanciare una teoria oggettivista del valore con il pluralismo e correggere l’individualismo in nome del carattere sociale delle persone non sono compiti semplici. Attraverso una breve analisi dell’Enciclica “Charitas in Veritate” di Papa Benedetto XVI provo a dimostrare come una teoria del bene basata su ciò che Phelps chiama interpretazione della natura umana –in questo caso nella sua versione cattolica- rischi di essere incompatibile con una visione liberale della giustizia. La principale ragione di questa incompatibilità è che l’interpretazione cattolica della natura umana corre il rischio di perseguire il bene indipendentemente dai limiti posti dal giusto. Questo tipo di violazione della priorità del giusto può divenire d’interesse più generale se consideriamo che in un regime pluralista esistono visioni della natura umana diverse e contrastanti. Perciò l’idea stessa di basare la dimensione morale dell’economia su una visione della natura umana è problematica se accettiamo il nucleo pluralista del liberalismo. In conclusione sosterrò che la logica implicita nella priorità del giusto può realizzare una combinazione ottimale di valore oggettivo e realizzazione personale.
Nella quarta e ultima parte vorrei affrontare la problematicità di ciò che le due diverse logiche condividono, ovvero l’individualismo. Per discutere seriamente della dimensione morale dell’economia, io sostengo che si debba anzitutto criticare il tipico fraintendimento dell’individualismo implicito sia in etica che in economia, vale a dire quello che avvicina l’individualismo all’egoismo. Secondo molti autori una simile proposta espone al rischio di gettare via il bambino con l’acqua sporca: l’individualismo è un’eredità preziosa dell’Illuminismo e per molti di noi è difficile scommettere sulle virtù progressiste di una qualche forma di comunitarismo (come opposto dell’individualismo). Esiste tuttavia una possibile alternativa più liberale. Esplorerò questa possibilità nei termini di una dialettica tra il “ragionevole” e il “razionale”.
*Quella che qui pubblichiamo è una nota riassuntiva della lunga relazione di Sebastiano Maffettone al convegno di Democratica.