Oggi, giovedì 9 novembre, ci sarà un’asta di titoli del debito pubblico italiano per BOT con scadenze a 12 mesi. Secondo Bloomberg il Tesoro proverà a collocare 5 miliardi di debito. Finito questo collocamento, lunedì 14 novembre ci sarà la prima asta di vero interesse, quella per i BTP a 5 anni, un giorno prima della scadenza di 6 miliardi di BOT a 12 mesi. Infine, a fine novembre, avremo le aste per BTP a 3 e 10 anni, che saranno il vero test della tenuta del nostro debito pubblico.
Tutto questo non sarebbe nulla di straordinario se non fosse che queste sono le prime da quando il tasso di interesse sui titoli a 10 (e 2 anni) ha superato il 7%. Questo è importante perché il 7% è una soglia simbolica che viene considerata da alcuni un livello di non ritorno, passato il quale un paese è obbligato a rinegoziare il proprio debito o fare default. Per dare un’idea di cosa vuol dire un tasso del 7 % in prospettiva storica, basta ricordare che nel periodo non certo tranquillo che parte dalla grande depressione e finisce nella seconda guerra mondiale inclusa, pochi sono stati i paesi che hanno emesso, sia internamente che esternamente, titoli con un tasso superiore al 7%.
Non bisogna però precipitare nel panico. Nessuno di questi paesi aveva la nostra dimensione e l’Euro dalla sua parte, con tutto quel che ne consegue. C’è però una sola cosa da tenere a mente per capire i rischi del momento. Il debito pubblico, specie uno grande come il nostro, viene continuamente rifinanziato attraverso operazioni che collocano nuovi titoli in sostituzione dei precedenti. Utilizziamo debiti nuovi per pagare debiti vecchi. Il problema vero insorge quando questo ideale passaggio di consegne si inceppa perché la domanda di debito non è sufficiente a soddisfare le esigenze di rinnovo.
In passato questo succedeva difficilmente perché, quando eravamo un paese finanziariamente sottosviluppato, banche e famiglie utilizzavano il debito pubblico come strumento privilegiato di investimento. Oggi non è più così per due ragioni: le famiglie hanno scoperto, soprattutto grazie all’Euro, che si possono comprare anche debiti pubblici di altri paesi, magari più sicuri e senza problemi di cambio; le banche, dal declassamento del nostro debito in avanti, hanno difficoltà ad acquistare tutto il nostro debito perché questo riduce indici patrimoniali che sono necessari a passare gli stress test europei per rimanere al riparo dalla speculazione.
Se non riuscissimo a collocare il nostro nuovo debito pubblico, le esigenze di finanziamento si accumulerebbero per venire poi soddisfatte all’asta seguente. Ciascuna asta che va male non è davvero un problema in sé, quanto piuttosto un rischio per l’asta che viene dopo. È come una palla di neve che rotola per la montagna. All’inizio non la noti neppure, fino a quando diventa così grande da provocare una valanga.
Per non mettere a rischio il nostro paese, dobbiamo fermare la palla di neve sul nascere, rassicurando chi, specie all’estero, sta pensando se continuare o meno a detenere il 50% del nostro debito pubblico. Se questi investitori istituzionali, questi fondi pensione - che di certo non sono speculazione - decidono di non rinnovare il loro prestito all’Italia disertando le nostre aste, avremo generato la prima palla di neve. Per evitare la valanga non possiamo aspettare tempo che non abbiamo. Certamente non possiamo aspettare i tentennamenti di Silvio Berlusconi.
Guarda qui l'andamento dei rendimenti del debito pubblico italiano.