Dambisa Moyo. La carità che uccide

RECENSIONI | Come gli aiuti dell’occidente stanno devastando il terzo mondo, Rizzoli, 2010, p. 260, € 18,50

 | 17/06/2010
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Con il processo di globalizzazione dell’economia si sta compiendo, a livello planetario, una gigantesca ed epocale ricomposizione degli equilibri dI potere. Alle tradizionali potenze egemone che hanno dominato per secoli (i paesi della rivoluzione industriale dell’Europa occidentale) e per decenni (gli Stati Uniti, il Giappone, il Canada e la Corea del Sud) i destini del “sistema-mondo”, si stanno avvicinando le potenze emergenti. Il vecchio modello basato sul club ristretto del G.7 sta cedendo il posto al G.20 che include i paesi fino a ieri classificati come sottosviluppati, ma che stanno sperimentando delle performances di crescita veloci e strategicamente collocati nei gangli vitali della “new economy”. Essa è fondata, in gran parte, sull’innovazione tecnologica, la capacità di attrarre investimenti nonché di muoversi con aggressività sullo scenario mondiale alla ricerca di sbocchi commerciali e di materie prime per foraggiare le poderose capacità produttive. Cina, India, Brasile, Russia, Corea del Sud, e altre potenze emergenti stanno sconvolgendo la geografia del potere planetario.

Il Terzo mondo cosi come l’abbiamo conosciuto non esiste più. C’è una dinamica interna all’ex blocco della povertà mondiale dagli esiti inediti. Le statistiche sembrano implacabili. L’Africa è la grande assente di questa nuova corsa globale verso l’eldorado della “new economy”. Con un reddito medio pro capite di circa un dollaro al giorno, l’Africa sub sahariana rimane la regione più povera del mondo. Oggi nel continente il reddito reale pro capite è più basso che negli anni settanta del XX secolo, e questo vuol dire che molti paesi sono poveri almeno quanto lo erano quarant’anni fa. Con oltre la metà dei 700 milioni di africani che vivono con meno di un dollaro al giorno, l’Africa ha la percentuale più alta di poveri al mondo, che a livello globale rappresenta quasi il 50 percento.

La Carità che uccide, il libro-choc di una giovane e brillante economista, intende rispondere all’annosa questione del mancato decollo economico dell’Africa. L’autrice è nata e cresciuta nello Zambia. Dopo aver conseguito un dottorato in economia ad Oxford e un master a Harvard, ha lavorato per la Banca mondiale a Washington e presso la Goldman Sachs. Un profilo biografico ed intellettuale di una nuova generazione di africani, sempre in bilico tra radicamento africano e apertura al mondo. Un segmento attivo di quella dimensione diasporica africana con uno sguardo acuto, amorevole ma critico sul continente, attento a cogliere il senso del nuovo e del buono che l’Africa può cogliere, con discernimento, dalle nuove opportunità globali. Dambisa Moyo, come tanti africani della sua generazione si chiede senza giri di parole: “Perché l’Africa, caso unico al mondo, sembra prigioniera di un ciclo di malfunzionamento? Perché, fra tutti i continenti, sembra incapace di posare il piede sulla scala economica in modo convincente?” o ancora “Che cosa trattiene l’Africa, e sembra renderla incapace di unirsi al resto del globo nel XXI secolo?”. La risposta, secondo quest’autrice è diretta e “tranchant”, la colpa è proprio degli aiuti.

Il tema non è nuovo. Anzi, per gli specialisti dello “sviluppo” la domanda sull’arretratezza cronica e la stagnazione economica dell’Africa sub sahariana rappresenta una tappa mentale ed operativa fissa. E la domanda dei padri-fondatori dell’Africa moderna, dei teorici dello sviluppo degli anni sessanta, degli analisti del fallimento dei “decenni perduti dello sviluppo” (1960-1990), dei critici implacabili del concetto stesso di sviluppo come Serge Latouche, degli sviluppatori di professione (esperti della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale nonché i grandi network occidentali operanti in Africa). Per ultimi gli economisti Paul Collier, Williamo Easterly, Jeffrey Sachs fino alle rock star Bono e Bob Geldolf. Tutti alla ricerca delle strade per fare uscire l’Africa dalla piaga del sottosviluppo o del mal sviluppo, dell’uscita dei modelli imposti (Serge Latouche che vede lo sviluppo come parte integrante del progetto di “occidentalizzazione del mondo”).

Ma Dambisa Moyo introduce un punto di vista devastante, di rottura rispetto a questa specie di “pensée unique” secondo la quale dobbiamo tutti aiutare l’Africa. La critica è severa e documentata non solo del danno provocato dagli aiuti e dei meccanismi di assistenzialismo e di depotenziamento delle risorse interne che provocano, ma l’autrice stigmatizza con veemenza anche la retorica simbolica e propagandistica che accompagna e sollecita il nutrimento della “macchina degli aiuti”. Insomma, Dambisa Moyo afferma che non è detto che “i ricchi dovrebbero aiutare i poveri” e che “la forma di questo aiuto dovrebbe essere economica”. Più di un trilione di dollari nell’assitenza allo sviluppo negli ultimi decenni, argomenta l’autrice, non hanno migliorato le condizioni degli africani

«Gli aiuti hanno contribuito a rendere più poveri i poveri e a rallentare la crescita. Ciononostante, gli aiuti internazionali restano il pezzo forte dell’attuale politica di sviluppo e una delle idee più radicate del nostro tempo. Il concetto secondo cui gli aiuti possono alleviare la povertà sistemica, e che ci siano riusciti, è un mito. Oggi in Africa milioni di persone sono più povere proprio a causa degli aiuti, la miseria e la povertà invece di cessare, sono aumentate. Gli aiuti sono stati e continuano ad essere un totale disastro politico, economico e umanitario per la maggior parte del mondo in via di sviluppo … La carità che uccide è la storia del fallimento della politica postbellica di sviluppo» (pp.22-23).
Ma questa condanna degli aiuti non rappresentano una semplice petizione di principio. Il libro è una lunga, articolata e circostanziata di dati, contesti dove hanno costituito un vero e proprio freno e mortificazione delle capacità locali di crescere. In altre parole i prestiti concessionali e le sovvenzioni hanno inibito le capacità degli stati africani e dei privati locali di muoversi autonomamente, oltre ad incoraggiare la corruzione (ogni anno lasciano il continente almeno 10 miliardi di dollari, quasi la metà degli aiuti esteri ricevuti dall’Africa nel 2003) e i conflitti.

Cosa succederebbe “se uno a uno tutti i paesi africani ricevessero una telefonata in cui si comunica che entro cinque anni esatti i rubinetti degli aiuti verranno chiusi per sempre?”. Per Dambisa Moyo, proprio questo deve succedere per spingere gli africani a smettere di guardare il cielo degli aiuti e rivolgere lo sguardo verso la loro terra da valorizzare utilizzando le risorse proprie e imparando a navigare nel mare aperto delle nuove opportunità aperte dalla globalizzazione dei mercati finanziari. Gli aiuti sono il “killer silenzioso della crescita. Sono una droga per l’autrice e, drogati (gli africani) e spacciatori (Occidente) devono entrare in un processo di terapia di recupero per tagliare i ponti con le false illusioni degli aiuti. La povertà è una malattia curabile ma la medicina non sono gli aiuti. L’Africa è sfidata a credere in lei e a giocare le sue “buone carte” sullo scacchiere della competizione globale arrischiandosi a cercare nuove fonti di finanziamento che comportino inclusione nel sistema e responsabilità nella “governance”. Un bagno salutare per gli africani grazie al quale possono e devono fare pulizia dentro casa e rendere appetibili agli investimenti esteri i loro territori. Accesso ai mercati obbligazionali internazionali; adottare la strategia degli investimenti diretti su scala internazionale; avviare un autentico libero mercato dei prodotti agricoli; incoraggiare l’intermediazione finanziaria favorendo la diffusione di istituti micro finanziari come quelli fioriti in Asia e America latina. La strada del successo economico dell’Africa per Dambisa Moyo passa per l’Asia, soprattutto la Cina che ha puntato sugli investimenti esteri diretti e le esportazioni in rapida crescita. L’Africa deve imparare dall’Asia e abbandonare il suo vecchio spacciatore di aiuti che è l’Occidente auto-compiaciuto della sua bontà inefficiente.

generic image 2 Commenti

generic image Vincenzo Pira
08/07/2010
Se il modello di sviluppo nuovo da seguire, anche in politica estera, è quello della Cina, preferisco continure a bisticciare con l'Unione Europea da cittadino europeo. Vi è ancora lo spazio per poter difendere l'esistenza di un postivo multilateralismo; di esigere il rispetto dei diritti umani come valore universale; di sperimentare nuove forme di democrazia e di rispetto della persona; di poter criticare i miei governanti e, forse un giorno, rimandarli a casa per pretendere di meglio. Concordo con le critiche radicali al modello di sviluppo egemonoe in occidente. Non mi convincono per nulla le alternative politiche che Moyo propone.
generic image Simona Mafai
07/07/2010
Illuminante!
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