Gli “appunti per un’agenda culturale italiana” sono un documento un po’ diverso dal solito, in quanto, piuttosto che basarsi sulla politica culturale così come è gestita nel nostro Paese, prospetta e propone un diverso metodo. Quello di partire dai “fabbisogni” (invece che dalle richieste) e dalle “finalità” (invece che dalle possibilità).
Riguardo ai “fini” crediamo sia molto pertinente, anche nel nostro caso, una famosa affermazione di Einstein: “Non tutto ciò che può essere contato, conta. Non tutto ciò che conta può essere contato”. Detto altrimenti: la cultura è un valore in sé, che deve essere difeso non solo perché ha anche (ma solo anche) un risvolto economico.
La cultura è ricerca di senso, strumento di identità sociale e collettiva, luogo ideale dell’essenza stessa della democrazia. Non è business, o, almeno, non è solo business.
Chi si occupa anche soltanto un po’ di queste cose sa che non si tratta di affermazioni scontate. Tutt’altro. Oggi è invalso l’approccio esattamente opposto, quello di chi, quand’anche si prefigga di difendere la spesa per la cultura e di giustificare l’impegno in tal senso della mano pubblica, ne sottolinea prevalentemente, se non unicamente, la sua utilità pratica.
Rispetto ai “fabbisogni” crediamo sia necessario stabilire priorità e budget non in astratto, o in forma puramente rivendicativa, ma nel concreto delle realtà culturali e territoriali del Paese, che devono essere conosciute molto più di quanto non facciano oggi le istituzioni, portate a valorizzare solo il già consacrato e consolidato (in particolare dal “mercato”), piuttosto che le novità, le nuove esperienze, i nuovi talenti.
Da queste premesse siamo partiti per arrivare a definire 15 questioni chiave, gran parte delle quali “trasversali” ai vari settori del sistema-cultura (es.: le risorse, la trasparenza, l’accesso alla cultura, i luoghi in cui essa si esercita o dovrebbe esercitarsi, il rapporto pubblico/privato, il digitale, le agevolazioni fiscali e bancarie, le politiche del lavoro, l’internazionalizzazione, ecc.), con la sola eccezione di alcune tematiche che riteniamo fortemente “specifiche”: il servizio radiotelevisivo (multimediale) soprattutto pubblico, i beni culturali, lo spettacolo.
Una proposta in qualche modo preliminare (e in assoluta controtendenza con quanto accade da noi) è quella che almeno l’1 per cento del Pil sia destinato a favore di investimenti pubblici per attività culturali. Anche questo, detto così, può non fare molto effetto. Il problema, però, è che in Italia siamo ben lontani da questa cifra, almeno per quel che riguarda lo Stato centrale. Mentre in gran parte di Europa si va in questa direzione, persino in Paesi particolarmente segnati dalla crisi finanziaria in atto.
Va da sé – come appunto chiariamo nel capitolo riguardante il rapporto pubblico/privato – che il ruolo dei privati dovrà essere sempre più importante, ma non appunto nel senso di una surroga, di una sostituzione di doveri e di poteri. Oltre al fatto che è indispensabile definire regole certe che consentano di stimolare una sinergia virtuosa tra enti pubblici e soggetti privati, che eviti ogni rischio di abdicazione a favore di “player” che possano abusare della loro naturale vocazione commerciale, strumentalizzando il patrimonio culturale nazionale, e conseguentemente l’immagine stessa del Paese.
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Il documento è stato elaborato da un gruppo di studio coordinato da Gianni Borgna, assistito in particolare da Alberto Francesconi, Giovanna Marinelli e Angelo Zaccone Teodosi.
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