Come le religioni vedono la democrazia

BERTINORO | La sintesi della seconda giornata negli interventi del Prof. Melloni, di Adel Jabbar e Renzo Guolo

 | 24/07/2010
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Per introdurre la discussione sul rapporto che le tre religioni monoteiste (cristianesimo, ebraismo e islam) hanno con la democrazia, Leoluca Orlando, deputato dell’Italia dei valori e coordinatore della discussione, è partito dall’analisi delle tre parole chiave che hanno caratterizzato l’intero seminario di Bertinoro: identità, religione, democrazia.

L’identità, ha spiegato Orlando, è il primo dei diritti umani, ma, talvolta, proprio questo diritto rischia di diventare un’arma potentissima per distruggerne altri (libertà, sviluppo, uguaglianza ecc.). Le religioni, invece, si atteggiano come vere e proprie “identità aggiuntive” ed in questo caso il rischio a cui si va incontro è la “cultura dell’appartenenza”. Fondamentale, dunque, sia nell’identità sia nelle religioni è il pluralismo e il rispetto della differenza.  Al contrario nella democrazia l’assioma fondamentale è l’uguaglianza, ovvero “consentire ai diversi di essere uguali”.                                                                                                                       

I monoteismi stessi hanno molti elementi in comune:

  • Hanno un popolo e dunque il problema di rapportare l’individuo alla comunità.
  • Hanno il principio: “non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.
  • La perfezione non è parte di questo mondo e la pretesa di questa è il più grande atto di insulto a Dio.
  • Devono affrontare il rapporto che esiste tra sfera privata e sfera pubblica.
  • Il rapporto con il tempo: grandissimo rispetto del futuro e rifiuto del “qui ed ora”.
  • Il rapporto con la civiltà giuridica

“Dulcis in fundo”, ovviamente, il rapporto con la democrazia, la quale, ha sottolineato Orlando, perché si esprima nella sua vera essenza, deve essere concepita come una “unione di minoranze”.

La democrazia e il cristianesimo

“Non esiste un rapporto standard tra cristianesimo e democrazia, bensì esistono persone che ne determinano i risultati concreti”. E’ stata questa la tesi esposta da Alberto Melloni nel corso del suo intervento dedicato all’analisi di come la religione cristiana vede le istituzioni democratiche. Un tale rapporto, così lungo e complesso, non può basarsi soltanto su un piano astratto, bensì, per quanto giochino un ruolo importante rapporti di filosofia del potere, è chiaro che fondamentali sono fattori storici ed antropologici. Due sono le tendenze principali, ha spiegato Meloni: eufemizzazione e denigrazione, ovvero, vedere la democrazia come “frutto e completamento della cristianità” oppure vederla come un’antagonista da sconfiggere. Tale dialettica non è fissa, al contrario, essa muta ed è basata su vulnerabilità incrociate. Proprio per questo è necessario distaccare il problema da queste categorie e riportarlo alla sua dinamica concreta, la cui stratificazione storica, mette in luce, appunto, la vulnerabilità della chiesa, della democrazia ma soprattutto delle persone. E’ opportuno, dunque, ha affermato Meloni, riconoscere una “sfera di superiorità in cui la vita politica non possa entrare”.Le parole d’ordine sono due per far sì che questo rapporto funzioni: qualità (riuscire a dare un senso all’esperienza religiosa) e quantità (garantire il pluralismo).


A cura di Giulia Gambacciani

 

L’Islam è a tutti gli effetti una religione. Come tantissime altre diffuse in tutto il mondo, prevede particolari rituali, preghiere, regole spirituali, una specifica dottrina ed una tradizione mitologica. E allora perché fa così paura all’Occidente? Perché lo si associa, a volte anche inconsciamente, alla condizione dell’“immigrato” e a tutto quello che di negativo esso evoca nella sensibilità occidentale? L’Islam è davvero incompatibile con la democrazia? Fra le mura di Democratica si è cercato di rispondere partendo da una riflessione soprattutto sociologica diretta dal Deputato Jean-Léonard Touadi.

Adel Jabbar, (per la relazione clicca qui) ricercatore universitario, ha illustrato come si sviluppa l’islamismo nei paesi musulmani. L’origine della profonda crisi che si registra all’interno del mondo islamico viene individuata nella “frustrazione storica” del popolo musulmano, che si è visto privare del ruolo di centro culturale a cui era abituato da secoli a partire dall’epoca medievale. Tre erano le correnti di pensiero improntate alla riconquista di tale primato e prevalse quella modernista, viziata dal clamoroso paradosso che vedeva la concentrazione oligarchica del potere nelle mani di un elite burocratico-militare di formazione occidentale, colpevole di impedire il progresso democratico. Il disastroso risultato è il carattere permanente della crisi egemonica che sembra essere una barriera insormontabile, quasi da accostarsi al famigerato “Triangolo delle Bermuda” i cui vertici sono: la presenza di movimenti ultra-integralisti, l’ingerenza straniera sotto l’egida dell’”esportazione della democrazia” e la soffocante elite modernista. La soluzione proposta dal sociologo è rintracciabile nell’antichissimo “Patto della Medina”: una serie di regole redatte dall’omonima organizzazione religiosa islamica, a tutela della convivenza comunitaria e civile delle diverse religioni presenti all’interno della società.

L’intervento di un altro ricercatore universitario, Renzo Guolo, si concentra sull’Islam nei Paesi europei restringendo il campo di riflessione. Il problema fondamentale di tutta la “questione musulmana” è l’erronea visione “neo-etnica” dell’Islam, che viene considerata  un’essenza culturale immutabile, monolitica, statica. Inoltre l’impatto dell’immigrazione islamica sulle particolari identità degli stati Membri è stato così forte da mettere in discussione alcuni dei principi fondamentali dell’Europa, quali l’universalismo, la laicità “alla francese” e l’idea di Stato Nazionale. Così è nata “l’impresa politica dell’islamofobia” che cavalca la diffusa paura dei musulmani in quanto comunità trasnazionale. Molti sono i modelli d’integrazione, fra i più famosi troviamo l’assimilazione francese e il multiculturalismo inglese. Il caso italiano, tutto particolare perché orfano di un concreto modus operandi, risulta così essere un finto modello assimilazionista che, a causa dell’incapacità dello Stato di mettere in campo politiche pubbliche appropriate allo scopo dell’inserimento, produce come esito una società multiculturale. La soluzione più plausibile sembra essere l’elaborazione di un modello specifico che parta da una precisa idea di laicità che ancora manca nel Bel Paese.

A cura di Nicole Battini

 

Per ascoltare la registrazione audio della seconda giornata clicca qui

 

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