Chi si è accorto della nuova Maastricht?

Subito le scelte economiche per il futuro. Ma nessuno ne discute

 | 08/11/2010
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Mentre in Italia politici e media non fanno che parlare dell'estrosa vita privata del premier, in Europa si continua a discutere della nuova governance economica dell'Unione: la nuova Maastricht ideata dalla task force guidata da Van Rompuy e composta dal commissario Rehn, dai presidenti di Eurogruppo e Banca centrale, dai ministri economici dei 27 (Tremonti compreso, naturalmente). Nel processo di costruzione di una politica economica e di bilancio europea hanno potuto più gli ultimi due anni di crisi, che quasi venti anni di auspici sull'esigenza di associare al mercato unico e all'euro, politiche economiche e di bilancio unitariamente definite e coordinate alla dimensione europea. I governi nazionali hanno finalmente deciso non solo di progettare, ma anche di adottare misure che fino a ieri avevano persino rifiutato di considerare come ipotesi remote.

Le novità che ci si prospettano sono numerose e di enorme portata. La più importante è di certo l'introduzione di un nuovo meccanismo di sorveglianza sui grandi squilibri macroeconomici, ben al di là dell'attenzione fino ad oggi riservata esclusivamente agli andamenti di finanza pubblica delle singole nazioni. D'ora in poi la posizione di squilibrio eccessivo di uno stato membro su dati macroeconomici, come la bilancia dei pagamenti correnti e commerciali o le dimensioni del settore immobiliare rispetto al Pil, potrà dar luogo a procedure identiche a quelle per disavanzo pubblico eccessivo cui ci siamo abituati nel corso di questi anni.

Perché è stata adottata questa decisione? La Commissione e la task force del Consiglio europeo sono partiti da una comune consapevolezza: il Patto di stabilità e crescita non è riuscito né a garantire la stabilità, né a favorire la crescita. C'è, dunque, bisogno di un nuovo patto organizzato su ulteriori indicatori. Anzitutto, il rapporto tra saldo delle partite correnti e prodotto, quindi il debito del settore privato, la produttività totale dei fattori e, infine, la quota del settore immobiliare rispetto al Prodotto. Vista com'è messa l'Italia rispetto all'insieme di tali indicatori, dobbiamo subito realizzare riforme coerenti dei mercati dei fattori: mercato del lavoro, infrastrutture e servizi in rete, energia, educazione, formazione e ricerca, pubblica amministrazione e giustizia, apertura dei mercati chiusi e liberalizzazioni. Abbiamo l'opportunità di fare ora quello che facemmo negli anni Novanta: usare il vincolo europeo per forzare il Paese ad accettare cambiamenti troppo a lungo rifiutati.

Entro il 12 novembre il Governo dovrà presentare alla Commissione la bozza del Piano nazionale delle riforme: riforme che il sistema Paese si impegna a realizzare non l'anno successivo, ma nei prossimi anni. Ben oltre il 2013: vale a dire ben oltre la fine di questa legislatura. Questa è la sfida vera che dovrebbe impegnare il confronto politico tra Governo ed opposizione in Italia. Quella che ci si apre dinanzi è dunque una fase difficilissima e irta di difficoltà, ma anche di enormi potenzialità per la soluzione dei problemi strutturali dell'Italia; compreso quello della organica incapacità di mettere sotto controllo la crescita della spesa corrente primaria (negli ultimi 10 anni, più 4,6 per cento all'anno, ogni anno rispetto all'anno precedente). Non è questione che si risolve con provvedimenti di emergenza e con misure tampone. Ci vogliono regole rigide di evoluzione della spesa in proiezione pluriennale.

Il Pd deve premere sul Governo affinché l'Italia si renda protagonista, in Europa e nelle istituzioni internazionali, di un'iniziativa che metta a frutto lo sforzo di superamento degli squilibri globali, che minacciano stabilità e qualità dello sviluppo. Allo scopo di dare luogo ad inedite forme di gestione europea del debito pubblico e ad investimenti europei sulle infrastrutture, materiali e immateriali, sostenute da emissioni di titoli di debito pubblico che godano dell'accresciuto merito di credito dell'area dell'euro. Se tutti i cittadini di tutti i paesi europei sopporteranno il peso delle politiche di superamento degli squilibri e se queste politiche avranno successo, il merito di credito del sistema euro migliorerà nel suo complesso. È la circostanza migliore per realizzare l'ipotesi lungimirante del grande presidente Delors: eurobond per finanziare investimenti in infrastrutture, materiali e immateriali, di rilievo europeo. Allo stesso modo, la definizione di regole comuni per la nuova governance economica europea può favorire soluzioni per la gestione comune del debito pubblico.

Il Pd non deve e non intende accettare il commissariamento dell'Italia da parte dell'unico Ministro che partecipa alle decisioni europee e che ha, di fatto, commissariato anche il resto del Governo, non rendendo conto a nessuno, men che meno al Parlamento, di quanto va sostenendo oltre confine sulla nuova governance economica. Il governo tecnico c'è già, non bisogna farlo, e s'incarna nel ruolo e nell'azione del Ministro Tremonti. Ma le scelte che andremo a fare domani in Europa riguardano il sistema-paese e influenzeranno il futuro di tutti gli italiani, non solo di Tremonti, per i prossimi vent'anni. Molto più di quanto questo futuro sarà influenzato - c'è da crederlo - dal modo in cui il nostro Presidente del Consiglio trascorre il suo tempo libero.
 

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