27 Giugno 1980. La strage di Ustica

STORIA | Le verità negate. L'impegno della società civile per fare luce. I segreti che devono essere svelati.

 | 10/06/2010
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Questa tragica vicenda inizia dall'aereoporto di Bologna il volo Bologna-Palermo parte alle 20.08. Non ci sono problemi, il DC 9 viaggia regolarmente. Sono a bordo 81 persone, 64 passeggeri adulti, 11 ragazzi tra i dodici e i due anni, due bambini di età inferiore ai 24 mesi e 4 uomini d'equipaggi. Poco prima delle 21 del DC 9 si perdono le tracce radar.

Oggi possiamo dire che solo nel 1999, grazie al lavoro del giudice Priore, abbiamo avuto la verità su quanto accaduto: “l'incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto". Una verità già nota o già intuibile nell’immediatezza dell’evento. Già nella notte, negli scambi tra gli uomini addetti ai radar si ha qualche sospetto: “il personale di Roma aveva sentito traffico americano in quella zona”.

Definiti l’inizio e la “attuale” conclusione della vicenda, si possono individuare due piani. Quello internazionale ha come protagonisti Italia, Francia, Libia e Usa, che materialmente potevano partecipare all’azione militare. Sullo scenario nazionale si muovono apparati militari, società civile, magistratura, Governo-Parlamento, cioè coloro che avevano possibilità, dovere, diritto di concorrere alla ricerca della verità. Insomma, per usare le parole del Presidente della Repubblica: “intrecci eversivi, nel caso di Ustica forse anche intrighi internazionali, che non possiamo oggi non richiamare, insieme con opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato, a inefficienze di apparati e di interventi deputati all’accertamento della verità”.

Dato per scontato che l’azione d’attacco non sia italiana, i libici sostengono che quell’attacco era rivolto a Gheddafi e hanno sempre, puntato l’indice contri gli americani. Gli stati Uniti si sono mostrati i più collaborativi, tralasciando però di rispondere a interrogativi fondamentali, a cominciare dalle finalità e dalla documentazione della commissione straordinaria insediata all’ambasciata di Roma nella notte stessa dell’incidente. Manca comunque un panorama delle “rilevazioni” del cielo effettuato dall’apparato difensivo militare americano ben presente in Italia. I francesi si sono mostrati molto reffrattari ad ogni collaborazione, arrivando a dire che la loro base di Solenzara, in Corsica non ha visto nulla perchè chiusa dalle 17 (come una comune rivendita alimentare). Se allarghiamo il tavolo internazionale è la Nato che ha dato una positiva collabortazione permettendo almeno una ricostruzione dello scenario complessivo degli aerei in volo attorno al DC9.

Ragionando sullo scenario interno la mattina successiva tutti i giornali riportano notizie della tragedia e si cominciano anche a fare le prime ipotesi sulle cause del disastro, emergono inquietanti interrogativi, ma poi tutto si adagia sulla ipotesi più tranquilizzante: il cedimento strutturale. E qui incontriamo la grande responsabilità dell'Aeronautica Militare, che verrà poi denunciata dallla relazione finale della Commissione Parlamentari Stragi, presieduta dal senatore Gualtieri, di privilegiare la tesi del cedimento strutturale, anche se sin dai giorni immediatamente successivi all'incidente, “aveva a disposizione informazioni che avrebbero potuto indirizzare le indagini in tutt'altra direzione".

Con questo verdetto "di cedimento strutturale" già pronuciato, si distrae l’attenzione delle Istituzioni e l'azione della magistratura é priva di ogni mordente, si perdono reperti, non si fanno svolgere perizie, non si interrogano i militari in servizio, non si ascoltano registrazioni.

Può bastare per delineare il quadro sommario dello “scenario interno”: un apparato militare che, senza controllo alcuno dell’Esecutivo, condiziona le indagini, avremo poi infinite soppressioni di prove e comportamenti clamorosi contro la verità; un Parlamento che saprà scrivere pagine meritorie senza però ottenere che dalle denuncie conseguissero inziative concrete; Governi completamente distratti o assenti e trincerati dietro la affermazione, corretta in astratto, che la verità doveva venire dalla magistratura, anche se poi, una magistratura non sempre meritoria veniva messa in condizione, dagli apparati stessi, di non funzionare adeguatamente.

Passano così gli anni, della tragedia di Ustica non si parla più; i parenti sono soli con il dolore e con il desiderio di sapere. Qualche giornalista continua a cercare indizi, ma tutte le notizie, anche le più sconvolgenti ipotesi di attacco con missili, sono lasciate cadere nella più assoluta indifferenza.

Questa è la condizione fino alla fine degli anni 80, quando dall’impegno della socieà civile, a cominciare da un appello al Presidente della Repubblica inviato da Francesco Bonifacio, Francesco Ferrarotti, Antonio Giolitti, Pietro Ingrao, Adriano Ossicini, Pietro Scoppola e Stefano Rodotà la vicenda viene di nuovo “considerata”, la magistratura cambierà passo con l’arrivo del giudice Priore e i governi, significativo l’intervento di Prodi e Veltroni sulla Nato, assumeranno precise responsabilità.

Alzando gli occhi dal succedersi negli anni degli eventi è su questi due “scenari” che deve essere indirizzata la nostra riflessione nella consapevolezza che da un lato viene messa in discussione la dignità della nazione nel contesto internazionale e dall’altro il funzionamento sostanziale della democrazia nel nostro Paese.

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generic image fabiano
27/06/2010
Quella volta che con Alberto Bonfietti andammo a Rovereto ad attaccar manifesti. Partimmo da Trento che erano le 10; e non so perché eravamo solo io e lui. Mi chiese se ne avevo voglia, ed io non mi tirai indietro. Il sedile di dietro della cinquecento pieno di manifesti, il secchio della colla, il pennello, e via. Alberto non aveva l’aspetto dello studente di sociologia. Piuttosto sembrava un impiegato, con i capelli non lunghi portati con la divisa da una parte, gli occhiali, vestiti da bravo ragazzo. Cominciammo ad attaccar manifesti che era mezzanotte. Si voleva che la gente aderisse allo sciopero generale per la casa, e partecipasse alle assemblee indette dai sindacati. Firmato: Movimento studentesco antiautoritario trentino. Dopo una mezz’ora si avvicinarono due persone in bicicletta e cominciarono a farci domande. E Alberto, paziente e comunista, rispondeva, sempre impegnato a cercar di convincere sulla bontà della causa. Poi uno dei due gli chiese come mai i manifesti li attaccavamo di notte e di nascosto; e Alberto, sincero, spiegò che non erano autorizzati e che lì non si potevano affiggere. Fu allora che i due si qualificarono come poliziotti, e ci chiesero i documenti. Che non avevamo, Neppure la patente; e neppure il libretto di circolazione. Insomma, Alberto mi aveva portato lì su una macchina che non era sua e non aveva niente con sé. Ma la cosa, quella volta, non mi sorprese affatto, né mi parve strana. Era il 1968 e noi eravamo impegnati a fare una rivoluzione; o no? I due discussero alquanto prima di decidersi. Ci invitarono ad andare il giorno dopo al posto di polizia a far vedere patente e documenti. E ci mandarono via. In fin dei conti eravamo bravi ragazzi; e loro erano brave persone. Alberto, tornando, ridacchiava; ma non parlò quasi mai. Lasciava parlare me che riraccontavo, un po’ eccitato, il tutto. CI salutammo, senza far parola del fatto se tornare o no a Rovereto. Non lo facemmo mai. E di quella sera non abbiamo più potuto parlarne insieme. Alberto Bonfietti il 27 giugno 1980 salì a Bologna su un Dc9 Itavia diretto a Palermo. Partì nonostante la febbre, per festeggiare il compleanno della figlia in vacanza in Sicilia. Non arrivò mai e il suo corpo fu inghiottito dal Tirreno, a Ustica.
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