La sinistra e i sacrifici: cosa ci insegna la storia

Quando la sinistra si mette in gioco i risultati arrivano

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E’ proprio vero che quando la sinistra va al governo in Italia i ceti popolari devono stringere la cinghia? E’ questa la tesi che circola in alcuni commenti sulle vicende di queste ore. Ripresa più volte, ad esempio, da Gad Lerner ne “L’infedele”. Si tratta di una tesi infondata, frutto di una lettura superficiale di alcuni eventi del passato.

Certo, in linea generale, avendo la sinistra italiana sempre avuto, nelle sue componenti più importanti, una forte impronta “nazionale”, ad essa è più volte toccato il compito di partecipare o contribuire al governo del paese in momenti di emergenza (vedi la crisi del 1974-75, dopo l’aumento del prezzo del petrolio e la fine del sistema monetario di Bretton Woods). La correlazione fra emergenze nazionali e scesa in campo della sinistra potrebbe allora fornire una spiegazione molto semplice: la sinistra si assume responsabilità nei momenti difficili, ergo sembra che sia costretta a “far soffrire” il popolo,

in realtà i sacrifici dipendono dall’emergenza.

Ma a ben guardare non è neppure così. Ci si dovrebbe infatti domandare quali esiti avrebbero avuto le politiche anti-emergenza se la sinistra, tramite la sua attiva presa di responsabilità, non avesse presidiato gli interessi dei più deboli. Siamo davvero sicuri che l’antagonismo e l’aventinismo avrebbero protetto (o potrebbero proteggere) di più i ceti popolari?

Il caso storico più importante è quello delle politiche di stabilizzazione finanziaria e di disinflazione messe in campo dai governi Amato e Ciampi nel 1992-93 in seguito alla crisi del sistema monetario europeo e alla svalutazione della lira. Gli accordi di politica dei redditi di quegli anni provocarono grandi lacerazioni, ma Bruno Trentin si assunse la storica responsabilità di firmarli.

Gli esiti di quella scelta danno ragione a Trentin: in tutti gli anni che vanno dal 1996 al 2001 le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti sono cresciute, avvantaggiandosi dell’aumento di potere d’acquisto derivante dalla riduzione dell’inflazione (vedi tabella). Mai più, nel decennio successivo, le retribuzioni reali dei dipendenti sarebbero cresciute come hanno fatto dopo gli accordi di politica dei redditi, fatto salvo il biennio 2004-2005, dove però a trainarle è stato soprattutto il settore pubblico.

Non solo, quindi, non è vero che la sinistra è costretta a limitarsi, per responsabilità nazionale, al mero ruolo di far “trangugiare” i sacrifici. Se è capace di mettersi in gioco dentro un progetto strategico per il paese, la sinistra è in grado di svolgere concretamente la sua funzione di presidio dell’equità e della coesione sociale. Una funzione che, invece, aventinismo e antagonismo non garantiscono affatto.
Certo, i problemi che ci stanno di fronte oggi non sono esattamente uguali a quelli del 1992-93, e per alcuni versi sono ancora più complicati e drammatici. Motivo in più per rimboccarci le maniche, evitando di distorcere una memoria storica di cui la sinistra riformista italiana non può che andare fiera.

Variazioni annue delle retribuzioni


1996 1997 1998 1999 2000 2001
Retribuzioni monetarie 5,3% 3,6% 2,5% 2,8% 3,0% 3,3%
Inflazione 4,0% 2,0% 2,0% 1,7% 2,6% 2,8%
Retribuzioni reali 1,3% 1,6% 0,5% 1,1% 0,4% 0,5%

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