Il voto alternativo. Tra i due litiganti il terzo gode

Perché in Italia (e in Inghilterra) il sistema australiano non funziona

 | 23/05/2011
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Gli ottimi risultati delle amministrative hanno certificato che la mente politica dell’elettorato italiano rimane bipolare e che le fantasiose alchimie coalizionali inanellate a partire da giugno del 2010 (dalla grande coalizione di stile tedesco all’alleanza del Pd con il terzo polo) vanno sepolte in cantina. Ritornerà quindi a breve in evidenza il problema, che noi noiosi bipolaristi, rimasti fermi durante gli ultimi inutili giri di valzer, proviamo a segnalare da qualche tempo: come rendere il bipolarismo civile, non soggiogato dalle posizioni più estreme e alla fine meno disponibili a lavorare per le riforme di cui il Paese ha veramente bisogno. Che è poi il contenuto del messaggio chiaro e forte lanciato dagli elettori domenica scorsa.

Subito dopo i ballottaggi, converrà che sia il centrodestra che il centrosinistra cominicino a interrogarsi su quale sia la terapia giusta. Per il momento possiamo prendere atto che dalla Gran Bretagna arriva il segnale che quella considerata con crescente entusiasmo da un qualificato nucleo di esperti non regge.

Il voto alternativo, che è alla base del sistema elettorale maggioritario australiano, appena bocciato dagli elettori in Gran Bretagna è stato proposto recentemente in Italia da parecchie persone che stimo. Benché capisca le loro buone intenzioni, non ho sottoscritto il loro appello perché credo si siano innamorati dell’oggetto sbagliato. Sarebbe perfetto se i singoli candidati di collegio contassero (come attrattori del voto) davvero molto di più dei simboli di partito oppure se i rapporti di forza elettorali tra i partiti di ciascuna coalizione fossero equilibrati.

In assenza di queste condizioni, che in Italia non sono così ricorrenti, il voto alternativo è inutilmente complicato.

Dicesi voto alternativo un sistema elettorale che chiede all’elettore di ordinare le sue preferenze per i dversi candidati presenti in collegi uninominali. In questo modo è possibile attribuire il seggio al candidato con la maggioranza assoluta (non solo relativa) dei voti senza ricorrere al secondo turno. Se nessuno ottiene la maggioranza assoluta con le “prime preferenze”, si identifica il candidato che ha ottenuto il minor numero di “prime preferenze” e si attribuiscono agli atri le “seconde preferenze” espresse dai suoi sostenitori. Si reitera l’operazione fino a quando, grazie alle seconde o terze preferenze, non sia stata attribuita ad uno dei candidati la maggioranza assoluta dei voti validi.
Sembrerebbe a prima vista un marchingegno di complessità accettabile, considerando le sue virtù. In un turno solo, non si sprecano voti e si evita che l’eletto sia poco rappresentativo. Si riduce la frammentazione senza escludere aprioristicamente nessuno. Si spingono i partiti della stessa coalizione a competere ma anche a cooperare.

Provate però a guardate la cosa in questo modo. Ipotizziamo che i singoli candidati di collegio, tranne rare eccezioni, non spostino in misura significativa i voti “destinati” ai loro partiti di riferimento. È un’ipotesi campata per aria? Forse no. Bene. Tutto torna se le coalizioni maggiori sono costituite da due partiti di dimensioni simili che quindi in tutti i collegi mettono in campo candidati in grado di giocarsela, potendo confidare che, in caso uno dei due soccomba, i suoi elettori (con le loro seconde preferenze) sostengano il candidato del partito alleato. In queste circostanze effettivamente è possibile che i partiti della stessa parte decidano di “cooperare e competere” secondo le regole e la logica del voto alternativo. Teoricamente, potrebbe andar bene quindi per il PdL e la Lega nel Nord “padano”.

Ora poniamo invece che una delle coalizioni sia fatta da un partito decisamente più grande degli altri (tra il 25 e il 33%) e da partiti decisamente più piccoli. Perché mai i candidati di questi ultimi dovrebbero “competere e cooperare” con i candidati del partito maggiore secondo le regole del voto alternativo? Per portare acqua 99 volte su 100 al candidato del partito maggiore?

È ovvio che, ammesso che non siano in grado di porre un veto al cambiamento del sistema elettorale, pretenderebbero di identificare candidati comuni sin dall’inizio (come accadeva con il mattarellum, per intendersi, e come avverrebbe con il sistema inglese), oppure farebbero di tutto per non cooperare, per costringere l’alleato scomodo a più miti consigli.

Un sistema elettorale del genere è invece perfetto per un partito “mediano” che spera di arrivare secondo in un buon numero di collegi (non è, come si è visto, il caso del terzo polo in Italia) e poi di vincere grazie alle seconde preferenze riversate sui suoi candidati dagli elettori sia di destra che di sinistra. Esattamente la ragione per cui andava benissimo in Gran Bretagna ai LibDem … e non andava a genio né ai laburisti né ai conservatori.

generic image 1 Commenti

generic image Jim Newell
18/06/2011
Se i partiti piccoli non fossero in grado di ostacolare un cambiamento del sistema, sarebbero lo stesso in grado di imporre candidati comuni? Non e' detto che gli interessi dei laburisti e dei conservatori siano serviti meglio dal sistema attuale: l'erosione del loro seguito in questi ultimi anni, e l'esito delle elezioni del 2010, hanno confermato la regola che da soli, i sistemi elettorali possono garantire ben poco, essendo meramente delle formule per la conversione di una data distribuzione di voti in una data distribuzione di seggi. Non e' detto che una coalizione composta di un partito grande e diversi partiti piccoli rimarebbe tale con il voto alternativo: bisognerebbe vedere quale impatto lo stesso cambiamento di sistema avesse sul comportamento elettorale.
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