Cari colleghi,
le parole, specie quando esposte con garbo ed intelligenza, meritano sempre profondo rispetto: ed è certamente questo il caso della Vostra lettera sui problemi dell'immigrazione. Ciò detto, consentitemi di formulare - 'a prima lettura' - qualche breve considerazione sulla lettera stessa.
a) Come probabilmente saprete, analisi sociologiche - riferibili a diverse 'scuole di pensiero' - stimano in una percentuale normalmente individuata intorno al 10-11% dei componenti una comunità il totale di immigrazione potenzialmenteaccoglibile prima che naturalmente si inneschino dinamiche sociali di reazione, che possono degenerare, come esperienze pregresse insegnano, in fenomeni anche di tipo razzista. Poichè questa percentuale - come i dati ISTAT diffusi proprio oggi confermano - è stata o sta per essere raggiunta in diverse realtà locali, è davvero così singolare che si avanzino ipotesi di disciplina dei flussi migratori prima di doversi trovare dolorosamente a contrastare manifestazioni regressive di inciviltà?
b) Trovo singolare che, in molti passaggi cruciali della Vostra lettera, il modo verbale prescelto sia il condizionale: "si dovrebbe innanzitutto valorizzare l'immigrazione.."; "occorrerebbero proposte concrete e intelligenti..."; "bisognerebbe individuare soluzioni pratiche...". Ma, si dovrebbe chi? Si potrebbe quando? Siamo proprio così sicuri che il tempo utile per intervenire non si stia rapidamente consumando?
c) Infine - ma qui potrei aver frainteso - a me pare che l'impianto argomentativo della lettera si fondi sul rifiuto di qualunque ipotesi di programmazione del settore, nella convinzione che sia molto meglio lasciare spazio alle dinamiche del mercato di riferimento. Un mercato, per giunta, di cui non si fissano previamente neanche le regole. Francamente - per una forza riformista - un po' poco!